Armando Pio Diotallevi e “che vuoi fare da grande”?

C’è una casa arancione, esattamente come tutte le altre, a due piani. Se non fosse arancione non la noteresti, ma siccome è arancione ogni volta che ci passi dici “mamma mia com’è arancione questa casa!”. Nella casa mamma mia quanto è arancione abita una ragazza bassa di nome Benedetta Lemme. La sua camera è al primo piano lato mare, ha un’immensa collezione di dischi anni ’80, uno stereo che occupa tutta la parete e le ante dell’armadio colme di poster. Nei cassetti ha mutande colorate, calzini di cotone, Vans immacolate e un sogno ben preciso: sfondare nella musica indie. Ha già il nome d’arte pronto (BetLemme), e qualche canzone sulla scrivania. La madre è d’accordo, il padre pure, ma lei è spesso contraddetta perché non vuole scrivere canzoni d’amore e i suoi amici musicisti dicono sempre che se non si parla d’amore, è inutile. A lei non frega nulla, deve rimanere indipendente, e l’amore, con due genitori separati, è l’ultima cosa di cui vuole parlare. Che i suoi amici dicano pure quello che vogliono. Dica quello che vuole anche la sua professoressa di scienze, che consiglia di non sottovalutare l’alternanza scuola-lavoro perché, citandola testualmente, “tanto non farete mai quello che volete fare”. Benedetta Lemme l’ha mandata già da un po’ a quel paese e ha continuato a comporre. Alla faccia sua.
Vicino la casa mamma mia quanto è arancione c’è un condominio con il giardino interno. Siccome non si vede non puoi dire “mamma mia che bel giardino”, ma se si vedesse, con quei gelsomini così folti, le margherite viola e le dalie lo diresti sicuramente. Là abita anche Mattia, che non ha scelto un nome d’arte perché il nome d’arte ai ballerini non serve, che esercita le punte dei piedi anche quando è a scuola, ha adibito l’asta dove appendere gli asciugamani a sbarra per esercitarsi con la danza, e anche se in dodici anni l’ha rotta quattro volte e la madre gliel’ha tirata in testa altrettante lui continua ad utilizzarla, a romperla e a sperare che il padre lo faccia iscrivere a scuola di danza e non lo costringa a continuare con il calcio. Tanto sa che Maria, la sua compagna di seconda media di cui è follemente innamorato, ricambierebbe comunque il sentimento.
Al piano di sopra (non diresti “mamma mia che piano di sopra!”, è semplicemente un insulso piano di sopra), c’è Silvana, diciotto anni, quinta liceo, un obiettivo ben preciso: entrare in politica e formare un partito tutto suo che raccolga tutte le minoranze per formare, alla fine, la maggioranza. Segue Marco Montemagno per imparare a parlare in pubblico e a presentarsi, la politica locale, italiana ed estera e i telegiornali, e ha uno scaffale di sole biografie. Silvana è decisa, informata e sicura, esattamente l’opposto del suo vicino.
Infatti, proprio accanto al condominio, c’è una edificio che non noteresti nemmeno se ci finissi davanti con l’omino di Street View e lì, a piano terra, abita ovviamente Armando Pio Diotallevi. Non sa assolutamente cosa fare da grande, e in sostanza non ci pensa proprio, nemmeno ora che sta guardando “Un passo dal cielo” con nonna Angela. Armando sta pensando solamente a Stella Dinatale, al fatto che per la prima volta ha cercato su tutti i social network qualcuno e alla conversazione breve che ha avuto con lei. Molto breve, visto che è terminata con le sue negative considerazioni sul cognome di lei, però lui non se ne cura e pensa a quegli occhi di ghiaccio che, guarda tu, sono uguali a quelli della nonna. Ma è un primo piano del protagonista del telefilm che lo avvisa che, oltre a quelli della nonna, gli occhi di Stella somigliano anche a quelli di Terence Hill. Per la prima volta Armando si sofferma su quella leggenda del cinema nei panni di Pietro Thiene, comandante della Guardia Forestale.
“Sei pigliato, oggi”, gli fa Angela Lucifaro, dall’altro lato del divano.
“No, guardavo.”
La puntata sta finendo, ormai siamo agli sgoccioli, e Pietro Thiene sta rischiando la vita per salvare un ragazzo della forestale da una galleria che sta per essere demolita con la dinamite. Mancano otto secondi, Pietro è ancora dentro.
Ad Armando viene l’ansia, guarda le facce degli altri colleghi, sente la musica angosciante, cerca con lo sguardo gli occhi di Terence Hill nella galleria, ma niente. Tutti sono preoccupati, hanno il timer in mano (ci sarà un nome specifico per il timer di una bomba, ma non lo sappiamo), qualcuno, Armando lo sente, sta già pensando ai funerali di Pietro, quando a tre secondi dall’esplosione ecco Terence, che esce insieme al compagno svenuto, con un sorriso spavaldo contro la morte, gli occhi azzurri circondati dalla polvere e dalle rughe stressate. Guardatelo, come sorride coraggioso, mentre la galleria gli esplode alle spalle e lui, noncurante, si avvicina agli amici che applaudono sollevati.
“Te lo dico io, che sei pigliato.”
“No, sto solo guardando”
“Appunto”, nonna Angela scarta una caramella Rossana, “tu non è che guardi mai.”
Lacrime, risate, abbracci, il compagno svenuto si riprende, musica allegra, la montagna che crolla, ma mai Pietro Thiene.
“Era bella ‘sta puntata, no?”
“È bella sempre, sei tu ch sei brutto”.
Armando non dà retta alla nonna, guarda la schermata nera alla fine della puntata.
Pensa a Terence Hill, a tutta la forza che ha avuto per girare quella scena, all’ansia dei compagni, al ragazzo svenuto, agli effetti dell’esplosione della galleria, a come tutti indossavano con naturalezza la divisa della Forestale, alle musiche…
“Nonna.”
“Eh?”
“Ho deciso cosa fare da grande.”
“L’attore?”
“La Guardia Forestale.”
Per la prima volta, Armando Pio Diotallevi ha un obiettivo.
E, per la prima volta, crede davvero in qualcosa.

Titoli di coda.

Elisabetta Spanò

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