“Pallido Fiore”: le radici della ‘ndrangheta e i germogli del cambiamento

di L'Obbiettivo

Bruno Panuzzo ha realizzato film che parlano di ribellione e di come la mafia ha preso piede in tutti gli ambiti della società. Ha presentato da poco il suo ultimo progetto e concesso al nostro blog una piacevole ed interessante intervista.

Dopo il successo internazionale de La Trilogia delle Storie (composta dai tre film Fiori di CartaAgarthi e Rica), ha realizzato un’altra promettente opera: Sanremo pallido fiore. Ci parli di quest’ultimo progetto.
Sanremo pallido fiore parla del grave disagio che la ‘ndrangheta ha portato alla nostra terra. Il film narra la storia di Giuseppe, un ragazzo che, solo con l’onestà e la sua passione per la musica cerca di opporsi alla mafia durante gli anni ’70. Giuseppe si innamora di Sara, una ragazza ricca, ma il rapporto tra i due viene osteggiato dalla famiglia di lei, diffidente nei confronti delle umili origini del giovane. Giuseppe vorrebbe riscattarsi agli occhi dei suoceri diventando un cantante rinomato; parte alla volta di Sanremo per partecipare ad un concorso canoro ma, dopo aver scoperto che la gara è pilotata, si rende conto di non poter fingere di essere chi non è, torna sui suoi passi e in seguito a un secondo, sincero colloquio, i suoceri acconsentono alla sua unione con Sara. Giuseppe, purtroppo, aveva assistito ad un delitto, e i colpevoli stavano aspettando il suo ritorno da Sanremo per ucciderlo.
Pallido Fiore è una storia nella storia: una bambina chiede al padre che cosa sia la ‘ndrangheta e lui la accompagna al cinema per farle vedere il film di un certo Bruno Panuzzo. L’uomo si chiama Fausto, è separato e ha appena perso il lavoro, e può incontrare la figlia solo una volta alla settimana. La storia di Giuseppe si intervalla a quella di questa bambina che guarda sbigottita nello schermo le azioni compiute in nome della ‘ndrangheta. Fausto vorrebbe fare qualcosa, ma sa che ogni sforzo sarà inutile, perché una sola persona non è in grado di cambiare un sistema ormai radicato in maniera articolata. L’uomo chiude con questa frase: “Io sono uno di quelli che non ha santi in paradiso, ma solo diavoli qui in terra; sono i diavoli a farti vivere ogni giorno facendoti soffrire, a stimolarti e a farti capire che sei vivo”.

I suoi precedenti film sono stati proiettati in tutta Italia. Anche Sanremo Pallido Fiore viaggerà fuori dalla Calabria?
La promozione di Pallido fiore è partita da Locri. In seguito il film è stato proiettato a Rimini, nella Repubblica di San Marino, a Firenze, e sarà proiettato e commentato il 29 luglio al teatro Ariston di Sanremo. Verrà visto a Roma, nel Comune di Fonte Nuova, durante una manifestazione contro le mafie. Altre tappe in Italia saranno Pisa e Palermo. C’è la possibilità che vada all’estero, ogni anno portiamo i nostri lavori in Germania, Australia, Canada, Lussemburgo e nella città di Londra, mentre a Liverpool un nostro lavoro è stato presentato alla Console Italiana Nunzia Bertali. Vorrei ringraziare Vittorio Zannino, un imprenditore che crede nei talenti della nostra zona.

Nelle sue opere la colonna sonora non è semplicemente un sottofondo musicale; in Rica, ad esempio, rappresenta il legame fra i quattro protagonisti. Che ruolo ha la musica in quest’ultimo film?
La colonna sonora è la parte reggente del film. In Sanremo pallido fiore abbiamo inserito la bella musica italiana di Sanremo, per valorizzare il nostro patrimonio artistico–musicale. Al cinema ho visto persone che si commuovevano guardando scene romantiche e delicate con delle canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla vita di tantissima gente. Siamo partiti da brani degli anni ’50 fino ad arrivare ai giorni nostri.

Durante le sue opere è mai stato attaccato o ostacolato? Ha mai vissuto momenti di sconforto?
I momenti di sconforto sono arrivati per molti motivi. Mi sono scontrato con degli attori e degli addetti ai lavori, perché al giorno d’oggi si pensa solo al ritorno economico, e anche con la mentalità ottusa della zona. Parecchia gente ha paura della telecamera, che è come uno specchio che mostra ogni sfaccettatura positiva o negativa; se ne ha paura se c’è qualcosa da nascondere. Non ho mai subìto attacchi fisici, nessuno ha mai bloccato le riprese. Quando andavo negli altri paesi ci aiutava la gente del posto.

Ha avuto l’opportunità di lavorare con i ragazzi nelle scuole; potrebbe dirci, sinceramente, cosa pensa dei giovani d’oggi?
I ragazzi di oggi hanno un’intelligenza molto sviluppata e sono la nostra arma più dirompente. Si capisce dalle domande difficili che pongono e dalle riflessioni che scaturiscono nel cercare le relative risposte. Mi dispiace che debbano ereditare un mondo pessimo. Il loro arduo compito sarà quello di ristabilire un nuovo equilibrio in base alle proprie conoscenze. La nostra felicità è spesso basata sull’introito; devono sovvertire le cose, ideando un nuovo modo di concepire il tutto. In uno Stato che fatica in diverse situazioni, che non riesce a reggere il confronto con gli altri Paesi, è normale che ci sia uno scontro di mentalità che blocca lo sviluppo. Chi ha fatto strada all’estero consiglia di scappare dall’Italia perché questo Paese non dà la possibilità di emergere, a causa del sistema obsoleto. Ho molta fiducia nei giovani, i miei progetti si basano su di loro perché sono le ali della nostra libertà, che vanno fortificate e meritano di volare lontano.

In tutto ciò hanno sicuramente un ruolo fondamentale le scuole. Secondo lei queste preparano adeguatamente i giovani alla realtà del mondo esterno?
Dipende. Negli ultimi cinque anni ho avuto il piacere di lavorare in scuole i cui ragazzi hanno dimostrato di essere incuriositi da quello che gli si presentava, in altre meno. La scuola è figlia della nostra società arcaica che si finge moderna, è arretrata rispetto alla tecnologia moderna. L’istruzione tradizionale è di vitale importanza, ma lo è altresì favorire il dialogo tra i ragazzi e insegnare loro a costruire autonomamente un’attività. Occorrerebbe, secondo me, aggiungere più ore. Abbiamo tanti istituti scolastici poco utilizzati, e anche se alcune strutture lavorano bene, l’educazione scolastica in Italia andrebbe rivista da una prospettiva globale. Solo rivoluzionando il concetto di base possiamo giungere a livelli più alti.

A cosa dedicherebbe le ore extrascolastiche che aggiungerebbe?
Ad attività collaterali. La scuola dovrebbe far leva sui ragazzi che vogliono comunicare, organizzare dei corsi alternativi (cinematografia e giornalismo, ad esempio) in modo che ogni istituto abbia la possibilità di creare qualsiasi cosa voglia. Se un ragazzo ha un foglio e una penna crea un mondo, ma il foglio dev’essere bianco, e la penna deve poter scrivere: le persone devono essere poste in condizione di poter agire.

Cambiamo discorso, fa strano parlare di scuola a metà luglio. Quando si parla di lotta alla ‘ndrangheta a molti fa comodo dire “io agirei se lo Stato mi proteggesse”; ma è anche vero che lo Stato siamo noi. Si può essere attivi contro la criminalità organizzata sentendosi comunque protetti dallo Stato?
È molto difficile perché gli esempi storici non sono edificanti: la gente è stata abbandonata dallo Stato, che la protegge finché gli fa comodo: chi fornisce delle informazioni poi, per ragioni economiche, perde la scorta, che andrà a proteggere qualcun’altro. In un territorio disagiato a livello criminale le mosche bianche che denunciano dovrebbero essere premiate, per incoraggiare gli altri a fare altrettanto. La denuncia è la forza più grande che abbiamo, ma io oggi non vedo sinergia tra le forze dell’ordine e la società.

Quindi come può agire un ragazzo che vuole opporsi alla ‘ndrangheta?
Deve iniziare a dire quello che secondo lui è sbagliato, parlare, ovunque, senza essere polemico, ma costruttivo. Un esempio: ognuno ha idee politiche diverse, e all’elezione di un presidente di orientamento politico diverso dal proprio, bisogna lasciarlo lavorare e attaccarlo solo quando sbaglia, senza creare scandali solo per divergenza di idee.

Concludendo, qual è la parte del suo lavoro che preferisce? Tornando indietro, farebbe le stesse scelte che l’hanno portata sino a qui?
Sicuramente ripeterei tutte le scelte che ho fatto. La parte del lavoro che preferisco è vedere emergere le persone con cui collaboro; è positivo ma difficile, perché tanta gente pensa di essere sfruttata. Non ho grandi possibilità o conoscenze, ma nel mio piccolo ho sempre provato a valorizzare i giovani con cui ho collaborato.

Ha qualche progetto in cantiere?
C’è dell’altro, ma non più dei film.

Nel Suo operato si percepisce il grande spirito di iniziativa ed il suo impegno quotidiano nel cercare di rendere tangibile ciò in cui crede è evidente. Cosa l’ha spinta a non arrendersi e a perseverare nel suo impegno sociale?
Il fatto che c’è parecchia gente che lavora nel sociale solo per mascherare ciò che di losco fa nella vita. Conosco tantissime realtà che lavorano e si impegnano. Ad ogni modo, non tutto il sociale è positivo e non tutto l’antisociale è negativo.

La Locride, vasta e problematica, potrebbe essere un paradiso per le ricchezze che offre, nel quale potremmo vivere tutti bene e onestamente. Come si è giunti alla situazione odierna?
Le problematiche che ci hanno portato alla situazione odierna sono tante: la criminalità organizzata, lo Stato che la adita, la mentalità dell’essere atavicamente predisposti alla sottomissione, il rapporto di amore–odio fra Stato e antistato. Cerchiamo sempre di sistemarci sotto l’ala del potente di turno, che sia un rappresentante dello Stato o dell’antistato. Questo è quello che ci impedisce di decollare. Se riuscissimo a superare questi due ostacoli avremmo uno sviluppo enorme. Stiamo affrontando vecchi problemi che si ripropongono in termini diversi. Dobbiamo opporci rimanendo uniti, perché una voce non fa la differenza, ma il coro si fa sentire.

Elisabetta Spanò

Luca Matteo Rodinò