Un fuorisede in quarantena – Suona la sveglia7 min

di L'Obbiettivo

Suona la sveglia, pospongo, risuona la sveglia, la spengo invece di posporla, allora mi rendo conto di averla disattivata, capisco che non risuonerà un’altra volta e che quindi mi sveglierò tardi, allora mi sveglio ed imposto un’altra sveglia, che prontamente pospongo quando suona. Alla terza posposizione della quarta sveglia mi sveglio, ma questo non vuol dire che mi alzo. Resto nel letto a guardare l’orologio appeso al muro: sono le 09:40, a sto punto dormo altri venti minuti, ma mi dimentico di impostare una sveglia quindi apro gli occhi trentadue minuti dopo. Trentadue minuti dopo sono le 10:12, quindi mi concedo altri 8 minuti fino alle 10:20, che è numero tondo. Accendo il telefono e cerco un video di otto minuti su YouTube per occupare il tempo: “Top 20 Domenico Bini – Le canzoni più ascoltate” è perfetto, dura pure sette minuti, quindi ho anche un minuto extra per riprendermi o preoccuparmi del fatto che alcuni pezzi del Bini mi piacciono davvero. Alle 10:20 faccio per alzarmi dal letto, fischietto uno Schana Wana propiziatorio, poi mi ricordo che ho la lezione di diritto privato programmata per esattamente cinque minuti fa. Prendo il computer e resto nel letto. La faccia del mio professore è incorniciata in un paio di cuffie nere da gaming che lo fanno somigliare clamorosamente a Favij. Lo guardo con placida repulsione. Penso che lui ricambierebbe se solo potesse vedermi. Chiudo. Vado in cucina. L’inerzia mi riporta in camera. Inerte mi ributto a letto. La mia camera puzza di cose morte, effluvi corporei e tutto ciò che ha a che fare con i pesci.

Manco il tempo di provare a riprendere il sogno da dove l’avevo lasciato che bussano alla porta. Non aspettavo altro. È il mio coinquilino: sguardo olimpico, andamento languido, residui di frittura della sera prima. Per questioni di privacy lo chiameremo Manolo. “Pe vuoi fare colazione?”. Fingo l’indifferenza, annuisco, però prima aprimi il balcone. È il 47esimo minuto: la puzza di morto è costretta ad uscire, mentre dalla panchina si allaccia i parastinchi un pompatissimo calabrone nero imperiale di kafkiana memoria. La mia stanza è un hangar perfetto per il bumbus terrestris. Il gran premio della Malesia mi rimbomba nelle orecchie e mi sveglia. Mi guarda. Lo guardo. Urlo. Scappo, ma lentamente. In cucina, Manolo non ha ancora fatto il caffè: lo colgo in flagrante mentre, con la tecnica della mano in tasca, tenta di placare il prurito primitivo che travaglia il suo interno coscia. Ma il pigiama non ha le tasche, e la zona in questione non è propriamente l’interno coscia. Gli intimo di lavarsi le mani, il coronavirus si annida ovunque e non perdona. Mentre metto la moka nel forno a microonde, noto con la coda dell’occhio aprirsi la porta del bagno: è il mio secondo coinquilino, che per questioni logistiche oltre che di copyright chiameremo Felice. Felice è un tipo gagliardo, ha gli occhi cerulei e un ghigno di appagata libidine. M’illumino d’immenso. La moka in microonde non è stata una felice idea. 

Dopo la colazione ci si disperde, ognuno fa ritorno ai propri appartamenti. Il mio è ancora occupato dal Gregor Samsa. Allora esco in terrazza ad innaffiare le piante. Ad inizio quarantena abbiamo allestito un piccolo orto. Sul marciapiede sotto casa, le lunghe processioni di forrest-gumper sono il mio unico contatto indiretto col mondo esterno. Stravaccato sull’amaca che non ho penso agli effetti della quarantena. Tutto sommato io la sto vivendo quasi bene, non fosse per gli sbalzi d’umore, l’apatia, la misantropia e la costante voglia di morire. Che poi è una sensazione strana, perché se da una parte mi piacerebbe uscire ed abbracciare il mondo, dall’altra sento di nutrire nei confronti del genere umano una profonda repellenza. Questa ambivalenza affettiva, questo caotico miscuglio di emozioni contrastanti, mi rendono ancora più angosciato e triste.

Rientro in stanza. Andrà tutto bene. Il calabrone non c’è più. Cerco una scusa plausibile per non lavarmi. D’altronde sono un highlander. Accendo la tv. Mario Giordano. Spengo la tv. Mi gratto l’ombelico, poi mi cambio i vestiti. Sono le 11:44, ma faccio finta che siano le 11:30 (che è numero tondo) così da mettermi a studiare immediatamente. Mi complimento con me stesso per il ragionamento esauriente e decido di concedermi 5 minuti di pausa ulteriori come premio. Alle 11:35 immaginarie spaccate suonano al campanello. Chi è. Il corriere. Ha portato l’ennesimo bene di prima necessità: una cover in gomma per il joystick della playstation. Solo ieri Felice gioiva per l’arrivo del suo nuovo diffusore di fragranze ad ultrasuoni, come al solito non funzionante. Grazie Amazon.

Ridendo e scherzando si è fatta l’una. Manolo è già in cucina. La sua vita ormai è un pendolo che oscilla tra il fare e il disfare il letto, passando per quegli intervalli fugaci in cui fa i bisogni, suona la chitarra e mette l’acqua della pasta. Per quel che mi riguarda, la depressione da prolungata clausura mi ha reso quasi inappetente. I pasti giornalieri sono una formalità di cui faccio facilmente a meno. Credo che il mio organismo abbia intuito la situazione di crisi incombente e si sia adeguato di conseguenza, ottimizzando al massimo le scarse dosi di energia immagazzinata ed aumentando l’inappetenza per evitarmi l’ansia di andare a fare la spesa. La verità è che non abbiamo una lira, la borsa di studio tarda ad arrivare e comunque non la meriteremmo, campiamo grazie ai pacchi da giù e non facciamo nessuna attività fisica che i nostri corpi possano usare come pretesto per aumentarci il tasso di golosità. Ad aggravare il tutto l’ansia da non prestazione.

Quello del pranzo è il momento più occulto ed inspiegabile della giornata: in una cucina di tre metri quadri ci sono un tavolo di truciolato e tre sedie. Non abbiamo la televisione però abbiamo un calendario, per ogni evenienza. La cosa strana, almeno per me, è che tutto ciò di cui si discute a tavola lo dimentico non appena mi alzo. Devo lavare i piatti. È finito lo Svelto. In realtà non era Svelto, siamo troppo poveri per permetterci lo Svelto. Sta di fatto che era un sapone per i piatti, lo si intuiva dal disegno dei piatti sulla bottiglia e dalla scritta “Piatti”. E poi la bottiglia era verde, quindi. Mi metto le scarpe ed esco per comprarlo. Al supermercato non c’è fila ed entro callido. Fingo disinvoltura. All’entrata una signora che mi sembra rumena mi passa un carrello, ma prima ne disinfetta il manico con lo sgrassatore. Io cerco di instaurare una conversazione. Sono settimane che non parlo con una persona diversa dal mio coinquilino stupido. Tento di spiegarle che devo comprare solo una bottiglia di sapone ma lei non ci sente bene, forse non capisce o molto probabilmente non le interessa. È pagata per disinfettare i carrelli e lei lo fa. È una vera stuntgirl. Il dialogo con la cassiera invece non lo dimenticherò mai. “Arrivo, un attimo solo – scusa ma mi hanno scaricato la merce solo adesso e ho dovuto mettere a posto i surgelati – vuoi una busta? – grazie e arrivederci”. È stato bellissimo. Mentre torno a casa mi prendo a male perché penso che ci sia troppa gente in giro. Poi mi rendo conto che anche io sono in giro come tutti gli altri. Pensiero intelligente che merita altri cinque minuti premio ante studio.

Torno a casa. Lavo i piatti. Lavo pure i bicchieri e le posate. Le buste della spazzatura sono piene ma non mi va di buttarle. La fase del primo pomeriggio è quella che in assoluto passa più lentamente. È troppo presto per mettersi a studiare. Accendo la televisione. Barbara D’Urso. Spengo la televisione. Prendo il computer e digito “cose da fare in quarantena”. Wikihow ha come al solito dei grandi suggerimenti: 1) impegnarsi in qualcosa 2) riordinare lo scaffale dei film 3) creare un mio linguaggio personale. Alla fine finisco sempre col guardare le dirette di Bobo Vieri e Totti su YouTube. Al massimo prendo il telefono e comincio a scattare foto alle varie stanze della casa, vuote. Alle 16:00 decido che è ora di mettersi a studiare veramente. Metto la modalità aereo al cellulare. Prendo il libro e inizio a leggere. Sono motivato. Sono concentrato. Sono così concentrato che penso che finalmente sono riuscito a concentrarmi per davvero e così facendo mi sconcentro. Allora approfitto del calo di concentrazione per prendere il telefono e impostare una sveglia tra un’ora esatta per fare una piccola pausa. Cedo alla tentazione di togliere la modalità aereo per farmi un piccolo giro su instagram. Voglio vedere quante persone anche oggi hanno avuto il coraggio di mettere “Fiori di Chernobill” nelle loro storie. Eroi. Ricevo una videochiamata. Mi fa strano perché con tutto che siamo in quarantena io di videochiamate ne ricevo veramente poche. È triste. Fisso il soffitto.

Sono finalmente le sette. Ho passato il pomeriggio a parlare con mia zia di come sto e di come è il tempo e di se sto mangiando e di non preoccuparmi che quando torno a casa mi cucina lei. Dopo ho anche studiato un’oretta. Ma adesso sono le sette e dalle sette in poi il tempo passa più velocemente. Mi mangio una cosa così e mi impongo di andare a letto presto. Pigiama. Coperte. Accendo la tv. Paolo del Debbio. Non la spengo perché è un buon sottofondo di parole inutili. Penso che i giorni in quarantena siano ormai tutti uguali. Penso che sia difficile renderli diversi tra loro. Penso che ogni giorno nuovo è solo la continuazione del precedente. Non ho più la cognizione del tempo. Le giornate in quarantena sono lunghissime ma finiscono troppo presto, per fortuna. Forse la mia è solo un’impressione, alla fine maggio è sempre stato un mese fuggiasco e profugo. Mi addormento. Il mio cervello mi sveglia come nel meme per dirmi che mi sono dimenticato di mettere la sveglia. Allora mi sveglio e la metto.

Giuseppe Galluzzo

Condividi: