Pandemici2 min

di Luca Matteo Rodinò

Bar, cornetto e cappuccino, corri in stazione, perdi la metro, prendi la metro, ritardo, veloce, in ufficio, scadenza, fattura, pranzo, caffè, corri, nuova scadenza, squilla il telefono, ritardo, rimprovero, aperitivo, caffè, scappa, pullman, casa, doccia, tv, insonnia, stop. Pandemia.

Paese dopo Paese, il mondo è stato costretto a fermarsi. I ritmi incalzanti della quotidianità umana sono stati spazzati via da un vento di malattia da cui possiamo salvarci solo riparandoci al chiuso. Non più un’andatura frenetica, annaspante e ansimante, ma un passo felpato in direzione di un luogo sicuro, mentre i luoghi di cura e di speranza si trasformano in territori di guerra, protetti nella trincea di una mascherina.

Dietro un fronte di combattimento comune per la prima volta dopo tanto tempo, i Presidenti di qua e i Dirigenti di là di tutto il mondo si sono passati patate bollenti lanciandole in aria come fossero palle di neve e, chi schivandole, chi prendendole in pieno, si sono scottati tutti.

La pandemia ha congelato le nostre abitudini e sta setacciando tutti i sassolini del nostro terreno sociale, oggi spaccato da una crepa infinitamente profonda: il ricco è rimasto tale, il povero ha perso quasi tutto. Non esiste una via di mezzo ma solo persone con un piede da un lato e uno dall’altro, sospese a cavallo del precipizio: sotto, il nulla. Tutti i sistemi di produzione, di lavoro e di sostenibilità che ritenevamo inattaccabili e che si nutrivano della nostra quotidiana frenesia sono stati annientati nell’arco di una settimana.

Il sentiero nel quale ci eravamo incamminati nell’ultimo secolo si è dimostrato poco sicuro da percorrere in questa condizione, che non avevamo minimamente previsto nei nostri piani per l’eternità. Dobbiamo riprogettare il lavoro, la comunicazione, lo shopping, i viaggi, la scuola; pensiamo ad esempio agli investimenti nei trasporti per una mobilità capillare, ecologica e di massa, specialmente nelle grandi città. Tutto da rifare.

Durante la pandemia, mentre noi ci nascondevamo per proteggerci, la Terra ha continuato nel suo regale incedere, ricordandoci che il mondo gira anche senza di noi e che proteggerlo e curarlo è nel nostro interesse. È bastata una sola settimana per dimostrarci quanto insostenibile fosse la nostra sostenibilità, e come la natura abbia tirato un respiro di sollievo senza di noi. Il lockdown ha dimostrato la necessità (e l’efficacia) di un intervento in contrasto alla crisi climatica e in difesa degli ecosistemi ambientali.

La pandemia ci ha riportati ad una condizione naturale per la quale abbiamo riattivato il nostro istinto di sopravvivenza impolverato, seppellito da cavi e agi tecnologici. Per fortuna c’è ancora e funziona.

Sta a noi riprendere il sentiero che abbiamo evacuato, se sapremo essere sinceri con noi stessi potremo metterlo in sicurezza ed innovarlo. Sta a noi recuperare, in questa pandemia, l’umanità perduta. Pandemia, dal greco pan demos, significa “tutto il popolo”.

Riflettiamo su come la natura abbia beneficiato della malattia umana, riappropriandosi dei suoi spazi, chiediamoci il perché. Questo terribile momento di crisi passerà, non disperiamo. Nuove vite nascono e nuovi semi germogliano.

Finché c’è vita, c’è speranza.

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