Capita a tutti

di L'Obbiettivo

“Capita a tutti”.
Me lo ripeto ogni volta che mi sento in questa maniera. Ci credo. Ma se capita a tutti perché ci scrivo qualcosa sopra? Non ne vale la pena. Mi ripeto anche questo, mentre lascio che parole usate mille volte si prostituiscano di nuovo per dare vita ai miei pensieri banali. Capita a tutti, mentre quello che succede nei libri che leggo non capita a nessuno. Se i libri servono ad evadere io non scriverò mai libri. E nemmeno lettere. Non scriverò mai niente, o finirò a stendere come impasto del pane chili e chili di luoghi comuni condivisibili da centomila persone. Non lo so. Ma mi chiedo se capiti a tutti di sentirsi in malattia con la vita, come quello stereotipo dei dipendenti pubblici italiani che finiscono le ferie e si fanno fare i certificati falsi per andare in vacanza in Sardegna. Mi chiedo se capiti a tutti di sentirsi come la Sardegna, lontani e vicini: faccio parte di qualcosa ma sono comunque a un mare di distanza dagli altri. Sono la Sardegna, in continuazione. So che sbaglio. So che dovrei essere come il piano di sotto che ride e scherza e pensa anche, mica sono stupidi, non è che se non ridono non pensano, anzi, sono io quella scema che non pensa abbastanza per ridere. E io riderei, se non mi sentissi un vaso troppo pieno senza mai la goccia per traboccare. Non è successo niente, in fin dei conti. Sono fortunata. Dovrei stare bene. Eppure sono un vortice di scintille di un fuoco d’artificio dorato, sono dappertutto, frammentata, e cerco di ricostituirmi ad ogni Capodanno, e mi perdo come un Crono sterile. Scintille di un fuoco d’artificio di quelli che mettono dietro ai giochi pirotecnici veri e propri, sono uno di quegli opachi raggi rosso freddo che fanno da sfondo ai cuoricini a pois sgorbi che fanno tanto rumore per nulla.

Niente di speciale.

Come quello che sto scrivendo, d’altronde.

Non me lo dico perché ho voglia di sentirmi dire che non è così, me lo dico perché anche nel mio essere insulsa so di essere diversa. E qua partono i sermoni inutili sul fatto che ogni essere umano è unico, ed è proprio l’unicità l’unica cosa che accomuna ogni essere umano. Paradossale, no? L’unica caratteristica che ci divide totalmente è anche la sola che ci accomuna. Geniale. Chissà in quanti ci avranno pensato prima di me.

La vorrei la compagnia dei “tanti altri prima di me”. Ci farei quattro chiacchiere. Magari anche loro si sono sentiti così. Come tutti, del resto. Ma non mi va di parlarne. Non sono un cuore a pois, io non faccio tanto rumore per nulla. Meglio stare zitti, che poi chi li sente? Chi li sente, quando attaccano le loro pippe sul fatto che devo parlarne se sto così, che tutti hanno dei momenti di debolezza, ma parlane, parlane, se non con me parlane con i tuoi amichetti, con papà, con il prete o con la professoressa, ma parlane, parlane e andrà meglio.

Io ne parlerei pure, ma non saprei che dire. Io sono contenta, sono felice, però quando fa freddo non me ne rendo conto finché non mi cadono le mani per quanto penso a questo e a quello, e sono serena, se la serenità sta nell’equilibrio, sono in equilibrio, ma sono tra mille folate di vento che si abbattono contro un mare che continua a crescere e a crescere fino a ingoiarci tutti. Qualcuno ha vinto a tombola. Il piano di sotto urla. Ridono. Bellezza.

Sono in tanti piccoli pezzetti, non mi sono rotta, non sono caduta dallo scaffale, sono sempre stata a pezzi. E, giuro, ogni pezzo sta bene. Ogni pezzo è felice. Ogni pezzo è sereno.

Solo che… capita a tutti, no?

Elisabetta Spanò