Serio appello indiretto a un’amica di data troppo vecchia

di L'Obbiettivo

L’Arte spunta sempre quando meno ce l’aspettiamo. Nei fiori, in un tramonto, nella nebbia arancione dello scirocco, nella testa della gente, macchia i muri, i fogli, le mani, le braccia, le labbra, a volte. Ultimamente tutto pare grigio, ci dimentichiamo dei colori e spesso e volentieri a lei, presi come siamo, nemmeno ci pensiamo. Abbiamo dei paraocchi belli e buoni, niente da fare. Abbiamo bisogno di lavoro, mica di Arte. Di stabilizzare la politica, la società, di fare propaganda, di fare qualcosa che non ci piace per mantenerci, di scioperare, di correre, che fretta, forse abbiamo perso il treno. Ah no, anche il personale del treno scioperava. C’hanno ragione, in certe condizioni non si può proprio lavorare, eh ma gli ultimi governi che porcheria che hanno fatto, non si capisce niente, e uffa, s’è già fatta sera.
Si è fatta sera e abbiamo parlato tanto che aspettiamo la notte per andiamo a dormire e non ci accorgiamo di quel “momento blu” (questa cosa l’ho letta da qualche parte e non mi ricordo dove), quando il cielo è di un blu puro (Yves Klein levati), il sole è già scomparso ma la luce ancora c’è. Ecco, questo è un momento blu. O, per meglio dire, ogni giorno è un susseguirsi di momenti blu che facciamo fatica ad ammirare. Aspettiamo così tanto la sera per dormire e arrivare riposati al lavoro che non ci piace, alla scuola che ci sta stretta, che non vediamo quella tonalità cristallina e dissetante che ci offre uno strano e immenso gioco di luci. E se in quel momento hai la forza di cercare una musica che ti piace, prendi che ne so, Azzurro Nove di Lvnar (non so chi sia, l’ho trovato per caso su Internet e mi è piaciuta tanto), ma pure Giusy Ferreri se ti piace, De Gregori, gli Eugenio in Via di Gioia, i OneDirection, gli Slipknot, quello che diamine vuoi, ma metti po’ di musica, guarda dalla finestra e fermati. Fermati perché Lei ti ha già trovato e sta venendo a darti conforto.
Lo so che ci stai pensando. Che tu non dipingi, non scrivi poesie e tanto meno scolpisci o progetti regge, e non sai perché passa a trovare proprio te. Ti rispondo io, o ci provo, perché probabilmente credi che non ce ne sia bisogno. Invece ce n’è sempre bisogno. Magari hai smesso di crederci, ma lei esiste.
Non ti chiedo di guardare l’alba alle cinque e mezza, di vedere il panorama dall’Everest o di rischiare la pelle per vedere una mareggiata dalla spiaggia, ti sto chiedendo di aprire la finestra e di smetterla di odiare per cinque minuti qualcuno. Che sia il parente ipocrita che non tolleri, il vicino di casa, quello che fa propaganda per una fazione che non è la tua, quello che pensi ti stia rubando il lavoro. Smettila di odiare per cinque minuti e goditi la scena. E pensa.
Magari ci arrivi pure tu, che c’è davvero bisogno d’arte, ultimamente.
Vedi quei video su Instagram dove condensano i procedimenti di un’opera in dieci secondi e hai un attimo per vedere il prodotto finito che te lo dimentichi due gattini dopo. Ti rendi conto che va di moda l’abilità e non il messaggio. Però non è tutto perduto.
Guarda i contemporanei.
Banksy, nessuno sa chi sia, ti spara in faccia la realtà nuda e cruda e scompare. Ti fa sperare per un po’. È indelebile, è ovunque. È quasi magia.
Marina Abramovic sfida le convenzioni, il suo stesso corpo, le altre persone, trova i limiti e li spezzetta fino a distruggerli.
Leonid Afremov fa diventare quella pioggia fastidiosa un mezzo per trasferire la luce, per riflettere l’amore, la solitudine, il maltempo non è più grigiore e tempesta, è colore formidabile e acceso.
Barbara Kruger con le sue parole candide ma non troppo a sfondo rosso innesta dubbi e prese di coscienza.
Jago modella il bianco e gli dà vita nuova, inquieta e disturba, reinterpreta, appassiona, confonde.
Ron Mueck racconta le storie umane per come sono, le trasforma in fate e giganti, in mostri e debolezze.
Ecco. Ora fermati più di cinque minuti, ormai il momento blu è finito, e dai un’occhiata a queste persone. Ne servono di più. Ce ne sono tante altre, in realtà.
Ma non ce ne curiamo.
Sono lontane anni luce, perché a noi l’Arte non serve.
La bellezza ce la siamo dimenticata per strada.
C’è bisogno solo di lavoro. Di soldi. Di trasporti pubblici. Di sicurezza. Di carceri. Di controllo. Di strade.
Di questo c’è bisogno, forse.
Ma non solo di questo.
Basterebbe sorprendersi dell’arte che c’è in giro. Ovunque. Sarebbe un posto migliore. Non so il mondo, ma l’Italia, madre fiera di Leonardo, Michelangelo, Raffaello e chi più ne ha più ne metta, l’Italia migliorerebbe sicuramente.
L’Arte alla fine non è elitaria. Basta riuscire a vederla. Per incanalarla, poi, è un altro paio di maniche.
E se ti sembra ancora inutile, caro lettore, rivedi un po’ le tue priorità. Magari è meglio guardare un bel quadro che non fomentare odio, che dici? Ogni tanto è carino stare sotto al palco e non sopra. Vedersi una bella commedia, che sia una commedia vera e non un imbroglio.
Ceci n’est pas une "frecciatina". Absolument.
Mi auguro che se ne accorga, l’Arte, che non ha più la stessa presa di una volta, qua. Che passare a trovare gli artisti non basta. Spero che entri urlando nelle case, squarciando pareti, frammentando finestre, cucendo anime senza anestesia.

Te lo chiedo ora che siamo così sfiduciati, preoccupati, confusi, stanchi.
Per favore, Arte, torna tra noi.

Elisabetta Spanò