Cronache di Campo Collina,  Società

Epilogo

Ci sono quattro faretti appesi al soffitto dell’auditorium comunale. La luce cade a coni, uno colpisce in pieno la gobba del professore Biasi che dà una ripulita al palco, l’altro sfiora sua moglie, seduta in prima fila che lo guarda annoiata. Gli ultimi due, soli, illuminano piccole nuvole di polvere smosse dal professore.
“Ma l’hai saputo, di quel ragazzo?”, chiede all’improvviso la vecchia, prendendo il quotidiano dalla borsa per cercare la notizia.
“Quale?”
“Diotallevi il grande.”
Biasi continua a spazzare e scuote la testa.
“’Spe, ‘spetta. Mo’ ti dico io.”

Un uomo pelato e sua figlia stanno entrando nell’ospedale ad est di Campo Collina, quello che Angela odia ma nel quale si trova, a malincuore. Incontrano un’infermiera in corsia, le chiedono di vedere un paziente, lei li fa aspettare, accanto alla nonna disperata, sulle sedie di plastica scricchiolanti e poco sicure. La figlia si siede, è triste, il padre rimane in piedi e cammina avanti e indietro.
“Vai tu?”, chiede lui.
“Sì. Devo dargli delle cose.”
La ragazza lo guarda con odio. Poi tira fuori dalla grande borsa un rotolo pesante di quotidiani e lo spalma sulla sedia accanto a lei. Mentre li mette in ordine uno per uno, nonna Angela sbircia la carta grigia. Ogni prima pagina parla del nipote.

Quando scatta l’orario delle visite, le corsie sgocciolanti vengono invase dai parenti preoccupati. C’è chi si presenta con dei fiori, chi, per evitare di entrare nelle stanze anguste e puzzolenti, cede sempre il turno all’altro e chi prova a nascondersi dentro per rimanere un po’ più del dovuto. Dal corridoio esce Giovanni Diotallevi con gli occhi tristi, si prende Angela sottobraccio e saluta Igor e Serena, poi vanno tutti insieme appassionatamente nella stanza del malato. I dottori e gli infermieri sono sempre nervosi, incattiviti da un ospedale che non si può definire tale.
La stanza di Armando, però, è piena di luce. Bianca come lui, è vero, ma pur sempre luce. E lui, pallido e mezzo addormentato, con il letto proprio davanti alla finestra, sembra un angelo. Lo tengono là, controllatissimo, per paura dell’annegamento a secco. Almeno fino a dopo pasquetta. Poi può tornarsene tranquillamente a casa.

Cosa sia successo esattamente, Armando Pio Diotallevi non se lo ricorda. Tante cose gliele hanno raccontate. Gli hanno detto che Serena e Stella avevano chiamato i soccorsi perché lo avevano visto addentrarsi nell’acqua, che Silvio, Sara e Marco Antonio erano tornati indietro per cercarlo e non l’avevano trovato. Si erano spaventati per l’arrivo dell’ambulanza e avevano capito che qualcosa non quadrava. Ma di questo Armando non si ricorda niente. Si ricorda solo il fratello che lo chiamava e così una mano scura, tesa verso di lui. Qualcuno lo aveva tirato fuori dal liquido freddo, tanta tanta tosse. Vomito, anche. Alla fine si era trovato in ospedale, infreddolito. Marì Carmela aveva pianto, dicono. Giovanni, invece, era rimasto a guardare il figlio bagnato e pallidissimo mentre i dottori lo riscaldavano. Angela, dal canto suo, era rimasta nella sala d’attesa del pronto soccorso, con un rosario in mano e gli occhi pieni di lacrime.
“Permesso?”, chiede Serena, in imbarazzo. Stella le ha detto di salutarglielo. Non lo farà, ha troppe cose da dirgli.
Armando Pio Diotallevi sorride e si mette a sedere. Ha la barba incolta, come al solito, gli occhi lucidi e le mani azzurrognole, quasi dello stesso colore del pigiama.
“Ciao. Grazie eh. Sei stata tu, no?”
Serena annuisce e si poggia delicatamente su una sedia verde di plastica.
Nonna Angela gli molla un bacio arido sulla fronte, si fa il segno della croce ed esce.
“Sì. Ti ho portato una cosa.”
Prende i quotidiani che si è portata dietro e li mette sul letto d’ospedale.
Armando guarda la foto del suo striscione e sorride, poi ride di gusto, sempre più forte. Un’infermiera gli fa segno di abbassare la voce.
Serena lo guarda con fare sospetto da dietro gli occhiali.
“Io non mi volevo ammazzare.”
Lei arrossisce. Guarda i titoli dei giornali. Sono molto simili tra loro: giganteschi, pesanti, ridondanti.

GIOVANE ATTIVISTA TENTA IL SUICIDIO
Il rivoluzionario di Campo Collina, A. Pio D., ha tentato di togliersi la vita. Ennesimo segno di protesta?

IL RAGAZZO MISTERIOSO QUASI MORTO
Liceale ribelle salvato per miracolo dalle onde: la polizia sospetta suicidio

PERCHÉ UN NEODICIOTTENNE ARRIVA A TOGLIERSI LA VITA?
Il commento del dottor Tortoni sulla vicenda di A. Pio D., giovane ecologista che lotta a favore dei diritti umani.

DICIOTTENNE CAMPOCOLLINESE VUOLE UCCIDERSI
Giovani sempre più deboli e instabili: bisogna cambiare marcia.

“Io non volevo ammazzarmi, perché scrivono tutti così?”, ripete.
Serena guarda a terra.
“Mi dispiace…”
Lui la guarda, ancora più pallido di prima. “Che?”
Lei glielo dice. Gli racconta che lo ha seguito, dopo che lui ha risposto male alla professoressa. Gli dice che si era sentita al sicuro perché, a quel punto avrebbe preferito sprofondare sotto terra, per la prima volta non si era sentita sola e sperava che avrebbe potuto vivere in santa pace la sua relazione con Stella (“Aspetta”, l’aveva bloccata Armando, “Stella Dinatale?”, e lei aveva annuito), se qualcuno le fosse stato accanto. Magari più di qualcuno. Allora aveva cominciato a scrivere ogni cosa sul blog della scuola: aveva raccontato di quando aveva risposto alla professoressa di storia, di quando si era messo a raccogliere la spazzatura del vicino, del modo in cui era uscito urlando dalla caffetteria e di quando, alla fine, aveva tentato il suicidio.
Lui la guarda. Non sembra arrabbiato, più che altro deluso. Per una volta che gli piace una ragazza è lesbica, e sta pure con una sua compagna di classe.
“Mi dispiace. Io pensavo davvero che tu volessi morire. Anche io…”
“Anche tu cosa?”, le fa Armando, avvicinandosi un po’
“Anche io penso, ogni tanto, che sarebbe meglio non vedere.”
Il ragazzo scuote la testa.
“Io non l’ho pensato mai e non…queste cose, io… a te sembrano strane, no?”, indica i giornali.
Lei annuisce e sorride. Fa spallucce. “In realtà lo sono.”
Armando sorride e guarda fuori dalla finestra.
“Non dovrebbero, Serena. Ho fatto quello che mi sentivo di fare. Non sapevo tutta ‘sta storia”, si tocca la fronte, “dovresti ritirare tutto, non voglio che mi guardino pensando di vedere uno che odia la vita, un ribelle depravato che scappa di casa o…”
“…o un eroe”, finisce lei.
Armando chiude la bocca, Serena prende la parola.
“Nessuno sa chi sei. Sei il ribelle misterioso, in tutti gli articoli. Dopo lo striscione, A. Pio. D. Solo i tuoi sanno chi sei, solo chi ti conosce. Basta fare finta di niente.”
Armando ride, stupito dall'ingenuità di Serena, ma per un attimo ci crede. È in quel momento che lei tira fuori dalla sua borsa senza fine, dopo essersi sistemata la lunga treccia castana, quattro fogli piegati.
“Leggi queste, appena hai tempo”, Sara e Marco Antonio entrano all'improvviso nella stanza, “e vedrai che a qualcosa è servito. Buona Pasqua, Armando.”
Lui la saluta, sempre col sorriso, e lei lascia entrare gli altri due. Lo abbracciano forte. Loro sanno che i giornali non dicono la verità, e Marco Antonio si sente in colpa. Tanto in colpa, anche se non c’entra niente.

Armando quelle lettere se le dimentica. Più avanti le leggerà. Scoprirà che una ragazza chiamata Sofia ha seguito il suo esempio, ha iniziato a raccogliere la spazzatura degli altri e si è resa conto di voler impegnarsi per salvare il pianeta. Verrà fuori che un uomo di nome Abdul ha denunciato il presidente di un’associazione d’accoglienza che aveva rubato la borsa di studio di sua figlia per pagarsi una rata della macchina, e aveva cercato giustizia dopo aver riflettuto sul suo striscione. Tra una parola e l’altra conoscerà la storia di Aldo e Margherita, due gemelli che hanno fatto insieme coming-out in famiglia dopo averlo sentito urlare fuori dalla caffetteria. Infine, ultimo ma non per importanza, leggerà il racconto di un altro Armando di diciannove anni, senza Pio però, che si è allontanato da casa sua (dopo che il padre gli ha preso dei soldi per pagarsi un turno alle slot-machine) seguendo il suo folle esempio, con solo un salvadanaio e delle caramelle, trovando lavoro. E come loro quattro, tanti altri hanno cambiato le carte in tavola per A. Pio. D.

Sara ha i capelli più rossi, oggi. Se li sistema, sorridendo. Prima di Pasqua pensava che la sua vita fosse sfortunata, con il fidanzato lontano e mille impegni. Come aveva fatto a dimenticare la variabile più importante, rappresentata dal suo amato e insulso migliore amico?
Il migliore amico di Sara si chiama Armando Pio Diotallevi.
E questa era la sua storia.
La storia di un ragazzo che ha cambiato la vita di molti, facendo solo quello che era giusto secondo lui. La storia di un eroe.

Ma, tanto per cambiare, tutto questo Armando non lo sa.

Elisabetta Spanò

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