Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e le eccezioni

La testa di Armando peggiora di giorno in giorno. Nonna Angela gli prepara ogni sera un impacco di patate che gli fa bruciare gli occhi e là, sotto lo strofinaccio fresco che profuma di farina, qualcosa migliora, ma non la testa. Le vacanze di Pasqua, arrivate con una folata di polline e rondini, gli permettono di evitare la scuola legittimamente, anche se saltava le lezioni già da prima delle primule.
Marco Antonio rimane a dormire spesso dalla nonna. I due piccoli Diotallevi sembrano sentire litigare al piano di sotto, quasi ogni sera. La nonna alza il volume della voce di Terence Hill in tv, ma non serve a molto.
Del dottore non se ne parla: Armando odia i camici e Nonna Angela gli proibisce di andare all’ospedale dove se si salva una persona è un miracolo, dice spesso che “se non sei morto ti ammazzano là”. E quindi si va avanti a tachipirina e patate magiche.
Quando sta vicino al fratellino si sente meglio. Marco Antonio parla in continuazione e lo distrae, anche se per la voce stridula che ha dovrebbe stare peggio. Se l’è detto anche Armando, e si chiede se quel mal di testa non se lo sia inventato lui in qualche modo. Si dice di no, ma in realtà non lo sa. E non gli interessa, vuole solo che gli passi.
“Secondo me esci poco”, gli dice un pomeriggio Marco Antonio, mentre sono in bicicletta e sfrecciano sul viale alberato pieno di cani randagi che di alberi non ne vede dal ’92.
“Ma se siamo fuori”
“Sì, dico di uscire con Sara, Silvio, da quant’è che non li vedi?”
Armando non risponde. È vero.
Forse dovrebbe chiamare Silvio per andarsi a fare un giro. Sara no. Sara è diversa, e poi sta sempre al telefono. Un po’ però gli manca.
Potrebbe chiamare Stella, ma non gli piace più dopo quel giorno alla caffetteria, per non parlare di Serena, non la tollera nemmeno a scuola, figuriamoci se facesse un giro con lei.
Silvio, Silvio è l’unico.
Appena tornano a casa gli telefona, la prima volta, al solito, non risponde. Alla seconda aspetta un po’. Fa sempre così, dice che chi ci tiene davvero a sentirlo insiste. Armando di solito si ferma al primo squillo, tanto poi lo richiama. Pure Silvio tiene a lui, infatti. Le eccezioni di Silvio esistono solo grazie alla presenza di Armando. In fin dei conti, anche lui ha pochi amici.
Si vedono quando il cielo è già violaceo e la testa di Armando sembra attraversata dal filo da pesca spesso, quello dei pesci serra, qualcuno si sta divertendo a tirarlo a destra e a sinistra, e ad affettare piano piano il suo cervello. Lui tiene le mani in tasca e chiude spesso gli occhi.
Il posto di Armando e Silvio è la panca alla stazione del quartiere dove stanno i Diotallevi, quella dove non si fermano i treni. Stanno là, tra le erbacce, la voce metallica dell’altoparlante scocciato che avvisa di allontanarsi dalla linea gialla e il tramonto che dà tanto fastidio agli occhi quando lo si guarda troppo.
“Allora, Armà, com’è?”.
Silvio si accende una sigaretta e cicca nel piccolo posacenere bianco e verde che si tiene sempre in tasca per evitare di sporcare a terra. Tutto intorno a lui cartacce, chewing-gum timbrate da suole finemente intagliate, filtri e tabacco.
“Eh.”
Silvio tira una lunga boccata di fumo e scuote la testa.
“Ho mal di testa assai, ultimamente.”
“Starai per morire.”
La fronte di Armando si piega in tante dune di preoccupazione.
“Scherzo”, lo tranquillizza Silvio con un pugno sul braccio.
Gli offre un tiro, al solito, e Armando rifiuta. Gli dà fastidio il fumo. Solo Silvio, infatti, può fumargli vicino.
“Tu come stai?”, gli chiede, sistemandosi sulla panca scomoda.
“Io? Benissimo. Come sempre.”
Fanno spallucce entrambi e guardano il sole ormai dietro le colline. La voce annuncia un treno, aspettano che passi per sentire che rumore fa.
Silvio finisce la sigaretta e si sciacqua la bocca con un po’ d’acqua, si mette del profumo e posa tutto nello zaino rosso.
“Hai diciott’anni e passa, potresti pure smettere di spaventarti dei tuoi”
“Io non ho una nonna che mi ospita e disereda la figlia per me”.
Si guardano un attimo, a Silvio stanno cadendo gli occhiali dal naso. Scoppiano a ridere.
“Che poi, che grande eredità”, commenta Armando, immaginando nonna Angela dal notaio che cambia il testamento, pensiero improbabile, “un appartamento a Campo Collina. Sopra i miei genitori”.
Silvio si fa serio.
“Tu non rimani qua?”
“Tu hai visto?”
“Cosa?”
“Dove stiamo”.
Tornano zitti. Armando sa che Silvio vuole rimanere. Vuole cambiare le cose, dare una nuova faccia al suo quartiere, entrare in politica, forse, o forse no, magari diventare un avvocato o un giudice. Fare qualcosa per cambiare. E pensa che tutti quelli che decidono di andarsene vogliano fuggire. Tutti tranne Armando, ovviamente.
“E lasci tuo fratello qua? O tua nonna? Come fai? Perché non resti a cambiare le cose? Già in due è meglio.”
Armando sorride. Silvio è tanto intelligente, ma è ingenuo. Ci crede troppo. Però pensa a Greta. E poi al figlio del vicino.
“Non lo so. Devo pensarci.”
Silvio fa spallucce. Poggia la schiena al ferro arrugginito.
“Silvio…”
“Mh?”
Gli vorrebbe dire che gli vuole tanto bene e che il mal di testa gli va un po’ meglio e che davvero, grazie Silvio perché migliori le giornate anche se sorridi poco, fumi, sei alto e sei strano.
“Niente”
“Che c’è?”
“Devi conoscere Marco Antonio.”
I due sono cresciuti insieme e Silvio non ha mai visto il fratellino di Armando. Ha avuto solo un incontro ravvicinato, una volta, con Marì Carmela. Poi niente più. Per fortuna, forse.
“Ok, quando?”
“Usciamo, tutti insieme.”
Silvio socchiude gli occhi.
“Tutti insieme chi?”
“Io, tu e Marco”, pausa, “e Sara, se vuole. E poi boh, se vuoi invitare qualcuno. Andiamo a mangiare la pizza. Come la gente normale. E ci facciamo le passeggiate sul lungomare e magari andiamo pure in spiaggia, a non fare nulla. Magari mi passa il mal di testa, no?”
Silvio lo guarda malissimo.
“Stai bene, Armando?”
“No, ho mal di testa, te l’ho detto.”
“Quando vuoi fare ‘sta cosa?”
“Venerdì?”
“Venerdì muore Gesù.”
Annuisce. Ognuno ha le sue croci.

Elisabetta Spanò

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