Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e la Torrefazione

La branda che la nonna gli ha sistemato in cucina è più comoda del suo letto. O forse no. Il materasso sembra asfalto vecchio ed è precario sulla rete che fischietta come un anziano al cantiere della Sagrada Familia, e il fatto che sia sotto la finestra lo scoccia quando piove ed entra qualche goccia d’acqua dalle fessure degli infissi arrugginiti. Però sta comodo. Sta comodo perché, fidati, quando tua madre si rende conto che quello è proprio il suo lenzuolo e ti caccia di casa, la madre di tua madre può anche farti una cuccia vicino al camino per ospitarti e la troveresti comunque più confortevole del tuo vecchio letto.
Ora che sta con lei, “il figlio di Marì Carmela”, non le pare più suo nipote. Ogni tanto ripete che avrebbero dovuto chiamarlo Giordano. Armando non ci fa caso, le porta spesso dei fiori, si guardano “A un passo dal cielo” e lei sembra sorridere di più. Per due domeniche di fila, Maria Carmela e Giovanni non si sono presentati al pranzo di famiglia. Marco Antonio sì, e se n’è andato sempre verso le cinque di pomeriggio, poi. Angela cucina pure di più di quando erano in cinque a mangiare. I due piccoli Diotallevi stanno diventando due angioletti rubicondi, infatti.
Armando adora sua nonna ancora di più di quando l’affetto era univoco, e anche con suo fratello va tutto rose e fiori. Escono insieme, Armando sta imparando a giocare a calcio e ad andare in bicicletta e tutto va per il meglio, a parte un mal di testa martellante che lo ha preso da quando è cominciata la primavera. Sta evitando il più possibile la scuola, ci va solo per non essere bocciato e ormai vive di rendita con i suoi sette. Non gli interessa più niente di voti. Purtroppo, o per fortuna.
I fratelli Diotallevi inforcano le loro biciclette della domenica mattina. Fa caldo ma Armando non si arrende, anche se il fratello biondo lo prende in giro e va tanto più veloce di lui. Sarebbe veloce anche Armando, se non sbandasse ogni tre secondi per evitare le lumache.
Ad un certo punto il fratello piccolo si ferma e il grande frena giusto in tempo per non andargli addosso.
“Ci andiamo?”, chiede Marco Antonio.
Armando sente chiaramente un battito in meno. Lo sapeva. Che deve fare?
Pensa a quella volta che si era portato dietro Silvio per cercare Stella: avevano aspettato un pomeriggio intero per fare finta di incontrarla per sbaglio. Non cambia niente. Non cambia assolutamente niente.
Marco lo guarda con i giganteschi occhi azzurri. Sorride, ma ha ancora un piccolo taglio vicino al naso. Armando, invece, è molto serio.
“Non sta più fuori. Si sono trasferiti, è qua vicino”, continua Marco per convincerlo.
“Dove?”
“Alla Torrefazione.”
Il mal di testa di Armando diventa una danza irlandese.
“Alla… tu sai che succede là, no?”
Marco Antonio fa spallucce. È ancora quasi un bambino.
La Torrefazione è il quartiere peggiore di tutta la città. Non della zona est, non della costa, ma di tutta Campo Collina. Effettivamente è vicino. Molto vicino. Vicino a loro, vicino ai delinquenti, allo spaccio di droga, alle rapine, ai furti.
“Mi devi stare vicino, però. Non andartene per gli affari tuoi.”
Marco sorride, molla la bicicletta e corre ad abbracciare Armando. Lui non ricambia. Ha paura.
I due pedalano verso la Torrefazione. Sembra che la vecchia fabbrica di caffè che dà il nome al quartiere abbia scosso troppo gli animi dei suoi abitanti, perché si sentono urla e il sole della domenica è coperto da fumo scuro. Nella testa di Armando zampogne e leprecauni, neve e rugiada sulla faccia di Marco.
I due nascondono le biciclette tra due cespugli potati l’ultima volta ai tempi dei babilonesi e continuano a piedi. Armando stringe forte il braccio del fratello. Ogni tanto lo blocca.
Il cartello del quartiere ha due fori: uno sulla seconda “e” di “Benvenuti” e l’altro sulla “z” di “Torrefazione”.
“Per dove sta possibile pure ti abbia pestato lui”, sussurra Armando.
Marco Antonio scuote la testa. Nicola non lo picchierebbe mai.
“Non è di qua. S’è dovuto trasferire”
“Ottima scelta”, la voce di Armando sta diventando un fischio.
“Non l’ha deciso lui, stava con i suoi e l’hanno dovuto trasferire”
“Da dove? Dove stava?”
“Nel campo fuori”, sussurra Marco Antonio.
“Non sento”, Armando non si ferma.
“Nel campo rom, Armà”.
Marco guarda a terra. Si aspetta una risposta. Armando fa spallucce e continua a camminare. Sorride.
“Mamma t’ammazzerebbe. Tutte lui ce l’ha, eh?”
Anche il fratello piccolo sorride, ma ha paura. Non quanto il fratello grande. Il fratello grande non deve incontrare nessuno.
Il fumo si fa sempre più denso, si avvicinano ad una bolgia dantesca. Qualcuno urla, si sentono sirene non tanto in lontananza. Marco Antonio controlla il telefono, Nicola non gli risponde.
“Non mi mollare.”
Il biondo scuote la testa.
Accelerano il passo e si trovano davanti una scena strana. Uomini e donne dai trenta ai cinquant’anni circa, occupano la strada davanti alla struttura dove hanno appena messo Nicola e gli altri. È un bel corteo, non tanto sostanzioso, ma particolarmente attivo.
“Che sta succedendo?”, fa Marco Antonio.
Armando l’ha capito. Non sa se vuole dirglielo, non sa se ce la fa. Gli stringe il braccio tanto forte da fargli male.
“Non li vogliono”.
Si avvicinano al corteo. Due tizi in cappotto grigio chiedono se sono dei loro, Armando non riesce a rispondere. Scuote la testa, ha freddo, il mal di testa è sempre più forte. È in mezzo ad una folla accanita, gli danno dei volantini, lo scavalcano, lo spintonano. E poi il silenzio. Un ragazzo con i capelli castani si avvicina a Marco Antonio e gli prende l’altro braccio. Guarda a terra, cerca di non farsi vedere. Armando sta per mandarlo via, poi guarda gli occhi di Marco e capisce. Non gli molla comunque il braccio.
Nicola ha gli occhi rossi, gli dà fastidio il fumo. Ha un orecchino che scintilla ma non si vede chissà quanto bene. Si è fatto più male di Marco Antonio e ha ancora un ginocchio fasciato. Armando lo guarda, sulle sue.
“Stai bene?”
Nicola è spaventato.
“Ci stanno cacciando.Non lo so, c’è mia mamma incinta sopra e quella va in panico se non stanno zitti”.
Si sente una voce nel silenzio. Qualcuno che parla. Pacato, ma ad alta voce.
“Io so’ della Torrefazione, e non so’ d’accordo che no.”
Armando guarda in mezzo alla folla. C’è un ragazzo pallido, piccolo come Marco Antonio, che si leva il cappuccio in mezzo alla gente. Il mal di testa si acquieta per fargli sentire meglio quello che dice.
Sta dicendo che la Torrefazione è in degrado da sempre. Parla con un tizio pelato alto più di lui di tanto, grosso il doppio. Dice che tanto settanta rom non gli cambiano la vita. Che la rabbia della gente è per altro.
Il tizio pelato sembra ascoltarlo. Armando si avvicina un po’ di più, stringendo sempre Marco Antonio. I tre camminano in fila.
Il tizio pelato inizia a parlare di fondi europei. Armando per un attimo si dice che forse ha ragione. Poi attacca a dire che i soldi spesi per i rom dovrebbero spenderli per la Torrefazione.
“Ed è colpa dei rom?”, fa il ragazzino, sorridente.
Armando sente qualcosa di strano nelle viscere. Sollievo, forse.
“Io c’ho quindici anni. Dei fondi europei non ne so niente. Sto parlando di vivere in un quartiere libero, che è quello della Torrefazione.”
Una donna con gli occhiali gira gli occhi e incontra lo sguardo interessato di Armando. Continua a fissarlo. Armando dà un’occhiata alla folla e vede qualcuno che non dovrebbe vedere. Il papà di Serena. A fianco a lui il papà di qualcun altro. Il suo. Giovanni Diotallevi.
Rabbrividisce. Torna il mal di testa. Controlla che Marco sia distratto.
Un uomo con la barba va dal ragazzo pallido con sguardo minaccioso, gli poggia le mani sulle spalle. Il ragazzo continua a sorridere. Giovanni si avvicina. Devono andarsene.
“Marco, dobbiamo andarcene. Veloce.”
Armando copre l’abbraccio di Marco Antonio e Nicola. I fratelli se ne vanno di fretta e gli orecchini dell’altro scompaiono in un vicolo.
La sera scende veloce su Campo Collina.
Armando sta male.
Pensa. Una frase stampata nella testa. “Io so’ della Torrefazione e non so’ d’accordo che no”.
È seduto sulla sua branda col fratello vicino. Legge un messaggio.
“Armà, se ne vanno.”
Trema.
“Dove?”
“Non lo sa”.
Si abbracciano.
Uno dei due piange.

Elisabetta Spanò

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