Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e il mare

“Armà, se non ti senti stiamoci a casa”.
Marco Antonio è preoccupato per il fratello pallido. Gli tremano le ginocchia, ma sorride. Ha i capelli pieni di gel (o è sudore?), giura che è tutto a posto, il solito mal di testa, usciamo e basta.
È vero: è il solito mal di testa. Un po’ più forte, ma sarà la sera, il cambio di stagione, tutte quelle preghiere della via crucis. Sarà che ha mangiato pesante, che ha finito le tachipirine. È tutto a posto. Escono davvero.
Silvio e Sara arrivano da soli al lido? Sì, vero? Aspetta, gliel’avevano detto, lascia un attimo che controlla i messaggi. Sì, ci vengono da soli. Armando ha la camicia e una giacca di similpelle larga. Troppo larga. Gli si inceppa nei gomiti mentre gira il manubrio della bici.
“Oh, davvero, torniamo indietro.”
“No, è il giubbotto.”
Canticchia per far passare il tempo. Alice, De Gregori. Gli piace proprio quella canzone. Marco Antonio gli chiede che vuol dire. Parlano per un po’. La bici ancora non è convinta, ma Armando sembra stare meglio.
Silvio e Sara si sono trovati e stanno parlando all’entrata della pizzeria dal lato interno del lungomare. Sono illuminati da un lampione mezzo rotto e Armando pensa che siano bellissimi. Silvio, alto, poggiato a una trave del portico di legno, Sara, rossa e composta, che smanetta sull’Iphone e gli mostra qualcosa sorridendo. Se sta con loro il mal di testa andrà meglio, se lo ripete.
Ordinano la pizza, la mangiano, Sara non finisce la sua margherita, Marco Antonio e Silvio parlano molto (li ha presentati? Non se lo ricorda. Vabbè, ormai vanno d’accordo), del più e del meno, della religione, della famiglia, per la politica è ancora piccolo, dice Silvio. Ma manca poco.
Sara parla pure, mentre si passa compulsivamente il tovagliolo tra le mani. Armando ride. Sara gli chiede perché è pallido. Armando scuote la testa. Non ha sentito bene, ma lei non ripete la domanda. Pagano, escono (l’hai preso il resto, Armando? Ma che pizza hai preso? La solita, è vero, patatine senza wurstel, ché ti fanno impressione, o a questo giro c’erano? No, non ci saranno stati o se ne sarebbe reso conto). Armando Pio Diotallevi guarda sempre a terra quando cammina e gli piace mettere il piede al centro delle mattonelle, in questo caso quelle azzurre, tanto piene di sabbia che sembrano grigie. Serena passeggia con Stella, sono lontane, si tengono a braccetto, Armando le saluta con la mano, Silvio prova a guardarlo per capire se è quella Stella, Stella Dinatale, ma lui ha di nuovo lo sguardo a terra e loro sono scomparse, per i fatti loro, sotto un lampione lontano.
“Ci facciamo un giro in spiaggia?”, chiede qualcuno. L’ha chiesto lui?
Ha mal di testa.
A Silvio, no aspetta, a Sara danno fastidio i tacchi.
Passa lui dalla spiaggia, deve fare pipì.
Sara ride. “Allora noi continuiamo ad andare avanti, ci raggiungi?”
Armando annuisce. Marco Antonio lo guarda.
“T’accompagno?”
No, non vuole, li raggiunge dopo, gli serve tempo per pensare.
La luna su di lui è rossa rossa, si vede anche se è coperta da qualche nuvola dispettosa. Si siede con la schiena appoggiata al cemento della strada, vicino alle scalette, rivolto verso il mare.
È bello il mare, Armando Pio Diotallevi? O non ti piace più?
Una volta gli piaceva, quando era piccolo e arrivava l’estate e partivano tutti i Diotallevi per il mare; con il padre arrivavano alle boe e lui si scocciava sempre e provava a guardare i pesci senza maschera. Gli piaceva quando mangiavano l’insalata di riso in fila sulle sedie a sdraio, Sara aveva l’apparecchio e Marco era minuscolo. Quanto è strano, adesso, il rumore delle onde.
Ha mal di testa. Filo da pesca da un orecchio all’altro. Al solito, si ripete. È tutto normale.

All’inizio è un bisbiglio confuso. Un sibilo quasi impercettibile. Poi diventa un brusio, un suono familiare. L’ha già sentito mentre era in bicicletta, sicuramente. Sdraiato sul letto. Se lo ricorda al tavolo da pranzo. Sì, un timbro strano, simile al suo, una voce. È la prima che riconosce, stasera. È di Marco Antonio.
Guarda le scalette, aspettandosi di vederlo scendere, invece non c’è nessuno, solo l’ombra sciupata della ringhiera. Si alza. Dov’è?
“Armando!”, lo sente chiaramente, questa volta. È il suo nome.
Sale in strada. Marco Antonio non c’è. Solo un cane, grande e nero, rovista nella spazzatura a sinistra della pizzeria con l’insegna balbuziente. Torna sulla spiaggia. All’ultimo gradino inciampa e cade sulla sabbia. Si rimette in piedi.
“Armando!”

Ad Armando da piccolo piaceva tantissimo il mare. Se lo ricorda. Si buttava a capofitto fra le onde e ne usciva solo dopo quattro o cinque sfuriate di Marì Carmela. Marì Carmela non c’è più, e le sue sfuriate non le sente da mesi. Forse era meglio quando s’arrabbiava, no, Armà?
“Armando!”, a questo giro è più forte, chiaro e tondo, limpido. Suo fratello lo sta chiamando.
“Oh?”, si guarda intorno. Il giallo delle luci, il rombo delle onde.
“Armando”, risponde da qualche parte Marco Antonio, “aiuto.”
Armando guarda il mare, come se potesse dargli una risposta.
E il mare, da bravo, antico e barbuto saggio, gliela dà: la testa di suo fratello che prova ad uscire dall'acqua.

Ad Armando piaceva tanto il mare e un po’ sapeva nuotare. Tante volte non ci si metteva, perché Giovanni aveva paura e lo tirava fuori prima che imparasse a galleggiare. Ma di galleggiare non se ne parla.
“Marco!”, urla Armando al fratello. Nessuna risposta. Vede qualcosa in lontananza. Che ci fa il fratello là?
L'acqua è fredda quando gli entra nelle scarpe bianche, ancora di più quando gli arriva alle ginocchia, sotto la vita è terribile, gli si infila nelle mutande sotto i jeans larghi, quelli si attaccano alle cosce.
“Mi vedi?”
“Armando!”. La voce è tornata un sibilo.
Cammina, ha i brividi. È aprile, dovrebbe essere più calda, l'acqua, e invece no. Perché non si è tolto la giacca prima di uscire? Dov’è suo fratello?
“Marco?”
Non tocca più.
Comincia a nuotare.
È gelida. Rivede la testa di Marco Antonio, vicinissima.

Gli sarebbe piaciuto nuotare di più da piccolo ma solo alle boe poteva arrivare e niente più, sempre con il papà, sempre con i braccioli, la mamma da lontano che lo guarda, Marcolino a giocare con la sabbia. A Marcolino, invece, il mare non piaceva. E allora come ci è finito dentro?
La luce della pizzeria è sempre più lontana, intermittente. Sbatte le palpebre. Urla.
“MARCO ANTONIO!”
Non vede più la testa. Eppure era tanto vicina.
Respira più forte.
Sente un abbraccio freddo al torace, lo tiene stretto. Respira, Armà, respira.
“Armando”, è un altro sibilo.

Dov’è finito suo fratello?
Si rende conto di essere nella strada della luna, e si ricorda che nonna Angela, da piccolo, gli diceva che le stelle nascevano proprio da là. Dovrebbe vederlo nella strada della luna, ma non c'è, e le nuvole si sono fatte più scure. Se nuoti più veloce, magari…
“Armando, dove sei?”
Si gira, nuota verso di là, l’ha sentito, eccome se l’ha sentito.
Perché gli danno fastidio gli occhi? Proprio buio, stasera.
“Sono qua”, è un sussurro anche il suo, non sente più i piedi.
Non sente più niente. Solo il silenzio.
Di Marco Antonio non c’è traccia.
Sente solo il mal di testa.
Qualcuno dev'essere tornato indietro a cercarlo.
Questa volta lo dice lui.
“Marco, aiuto”.
Nessuno può sentirlo.
L’acqua sulle palpebre chiuse, per un attimo, gli dà sollievo.

“Armando, nuota”.
A questo giro è Raffaella che glielo dice, la Carrà. Deve vederla, prima o poi dovrà sentirla cantare dal vivo, e lui nuota. Più forte. Ha il respiro corto. L’acqua è fredda, sempre più fredda, non riesce a muovere i piedi, muove solo le braccia, ma è quasi inutile. Gli viene da canticchiare, perché? “Pedro, Pedro, Pedro”, lasciati galleggiare, magari, “praticamente il meglio di Santa Fe”, ma l’acqua sembra andargli contro, sta guardando il largo, magari si deve solo girare, le onde gli arrivano in faccia, trattiene il respiro.

Là sotto è buio. Freddo.
Qualcuno lo sta chiamando.
Non ha la voce di Marco.
Forse è un bambino, un bambino su un giubbotto di salvataggio, o forse se lo sta immaginando. Torna su, Armando.
Nuota ancora, sale, muove le ginocchia.
“Se non altro ricevi questo scudo”, gli dice una voce. Raffaella? Ecuba? Sara? Forse è sua madre. Forse è nonna Angela. Scende sempre di più.

Armando Pio Diotallevi, tirati su immediatamente, per favore, nuota e basta.
Ma le gambe glielo impediscono. Trattiene il fiato. Non vede più la luna. Sotto di sé poco o niente. Una sagoma nel vuoto gli ricorda quella di Greta, ma è solo la sua ombra. Su, da qualche parte, lo stanno cercando, deve resistere solo un altro po’.
Il cuore gli batte così forte che potrebbe scoppiargli da un momento all’altro.
Astianatte. Gli sta porgendo la mano? E che faccia ha, Astianatte? Sì, eccolo, eccolo, con gli occhi azzurri e il ciuffo biondo, che sorride e da lontano lo saluta. Poi la faccia diventa scura come le onde del mare di notte. La strada della luna non c’è più.
Armando, resisti e torna su.

“L’avevo chiesto, alle candeline, no? Più tempo.”

Respira. Fa male. Brucia. Prova a tossire. È buio. Astianatte lo guarda dagli abissi. Armando Pio Diotallevi torna a guardare la superficie. Prova a sentire l’aria con il dito per l’ultima volta. Non ce la fa.
È tanto, tanto buio.

Vorrebbe avere più tempo.

Elisabetta Spanò

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