Armando Pio Diotallevi e la telefonata4 min

di L'Obbiettivo

Igor ama appendere per bene tutti i suoi completi eleganti nell’armadio. Sistema spesso il suo preferito, quello color antracite, e lo posiziona in mezzo. Poi si siede alla scrivania nera dello studio senza finestre e comincia scrivere. Gli piace trovare l’articolo giusto al momento giusto, e quel compagno di scuola di sua figlia gli sta servendo delle magnifiche opportunità sul piatto d’argento.
Si scrocchia le dita grosse e comincia a suonare il suo clavicembalo digitale. Un punto qua, qualche virgola, i caporali (i caporali lo fanno impazzire dalla gioia, li usa sempre per le citazioni), i paragrafi messi tutti in ordine, sempre in Calibri 16 profumato di caffè. Le parole gli scivolano da sotto le dita come sogliole dalle maglie di una rete grossolana. Sorride. Quello striscione ingiallito sta diventando virale, così i suoi articoli. Non ci fa caso che sia proprio Serena a portarlo, in prima linea, davanti a una folla colorata di persone. È così tanto preso dalle sue adorate curve su sfondo bianco che non guarda nemmeno la foto d’anteprima di quel reportage sulla, dal suo punto di vista, pagliacciata nazionale per eccellenza. A. Pio D. sta diventando l’eroe di Campo Collina. Il ragazzetto che abita a qualche casa da lui, insulso e con la barba sporca, cresce sempre di più in popolarità. Eppure quasi nessuno conosce la sua faccia. Sanno che è quello che risponde ai professori. Sanno che ha scritto quella frase sul lenzuolo. Sanno che butta la spazzatura degli altri. Ma nessuno sa davvero chi sia Armando. Solo lui, Igor, conosce il figlio disadattato dei Diotallevi, quello che urla fuori dai locali, quello con “l’amico” che minaccia i baristi con un pugno, quello che scappa di casa, quello che marina la scuola per seguire mocciose ancora più strambe di lui. Sta in questo la chiave. Quell’A. Pio D. è diventato in pochi giorni il simbolo di tutti i buonisti perversi e antipatriottici che Igor odia. Ed è lui che farà cadere tutti i loro castelli di carte.
Igor s’è sempre visto i fatti suoi. Prima se stesso, poi la sua famiglia, poi il suo Paese. Tutto il resto non esiste. Campo Collina è una provincia di ponti crollati, di morti di fame, di ospedali distrutti, di poveri. Non si possono aggiungere altri problemi. Soprattutto se sono poco importanti, tipo l’estinzione delle balene. Che gliene frega a lui, delle balene, se non può portarsi il pane a tavola? È per questo che odia quel ragazzino. Si preoccupa solo di futilità. Non apre gli occhi. Si batte per problemi che non esistono. Cose di poca importanza. È solo un bamboccio che urla quello che va di moda. E lui ama seguirlo. Ama seguirlo perché vuole fare aprire gli occhi agli altri: manca il pane, mancano i soldi. Preoccupatevi di noi. Non siate A. Pio D.
Sua moglie è assai amica di Marì Carmela (giura, gli ha detto, di aver visto quel lenzuolo tante volte), ma si fida poco di quella famiglia di pazzi. Il fratello di Angela (Angelina, che occhi inquietanti), era finito in manicomio, tanti anni fa. “Avrà preso da lui, Armandello”, sussurra, tra una pagina e l’altra. Continua a scrivere. Meglio evitare di spifferare l’identità del nuovo eroe nazionale. Meglio farlo crollare a poco a poco. Per prima cosa: la violenza. Armando Pio Diotallevi è un ragazzo violento.
Il ragazzo violento, al momento, sta sbucciando le patate con sua nonna. Lei si alza per rispondere al telefono, e lui ride, come al solito. “AAAAANNNA”, urla lei, “AAAAANNNA”, e la cosa continua per un po’. Va avanti finché la nonna non gli passa il telefono, tutta sorridente.
Le parole sdentate della vecchia sono poco comprensibili. Capisce solo, con enorme stupore, che AAAAANNA non è altro che la Signora dei fichi dell’università. Sbianca.
“Sent’a nonna tua e poi chiama, mi senti? Chiama e dimm’a me che vuoi fare”.
Continua a non capire bene.
Angela appoggia il pelapatate nel lavandino. Si asciuga le mani sporche al grembiule e poi, con fare serafico, si adagia sulla sedia a capotavola.
“E siediti”, fa ad Armando, ancora con il cordless in mano.
“Quella Annarella mia è”, inizia a raccontare Angela, “sempre ci vedevamo da piccole, in continuazione. Facevamo a guardie e ladri, pure con Giordanino. Sempre insieme. Poi s’è sposata e se n’è andata ma mi chiama sempre.”
Armando sorride quando sorride Angela, pensa che gli stia solo raccontando qualche storia dell’infanzia, memorie mielate perse nel tempo. Sorride, ma poi Angela smette. S’incupisce.
“Mo’ sai che sta succedendo. Tutti quei cristiani che schiattano nell’acqua. Annarella è preoccupata assai. E pure gli amici suoi. Perché mo’ li lasciano a schiattare, capito?”
Armando capisce bene, eccome se capisce. Astianatte gli chiede sempre aiuto. In continuazione. Ma è morto. Sul suo scudo.
Annuisce.
“E Annarella…”, nonna Angela abbassa la voce, “ad Annarella non ci piace. E manco agli amici suoi. E sai che hanno fatto?”
Armando è pallido. Scuote la testa.
“Fanno che se li vanno a ricogliere con la barchicella della pesca. Tutte le domeniche notte, quando non li vede nessuno. Dopo che li ricogliono li danno da mangiare, e gliene danno per i bambini sulla nave. Poi li riportano, così non stanno male. Quelli della nave lo sanno. Se li scoprono arrestano a tutti quanti.”
“Bella cosa. Tanto.”
“Sì. E siccome ti conosce, Annarella, m’ha chiesto se ci vuoi andare pure tu. Però sai com’è”, Angela ormai sussurra, “è pericolos’assai”.
Armando guarda la foto di Giordano appesa al muro.
Ci pensa un po’. La nonna aspetta risposta, e non sa che sperare. Caccia una caramella dal grembiule e gliela porge. Lui la scarta e la lascia sciogliere in bocca. Stanno in silenzio.
È una cosa bella. È utile. È umana. Ma c’è un “ma”. Per tutto c’è un “ma”. È che non è giusto.
“Non è giusto”, dice Armando.
“Che?”
“Non è giusto. Non dovrebbero rischiare l’incarcerazione. Non dovrebbe essere illegale. Non dovrebbero… non dovrebbero avere così tanti problemi. La situazione non cambia, con un peschereccio e due vecch…”, Angela lo guarda male, “…e due persone che decidono di aiutare gente che a terra forse non scenderà mai.”
“E quindi?”
“E quindi non ci sto.”
Angela lo guarda. Sgrana gli occhi azzurri azzurri.
“Epperché?”
“Perché il problema è da un’altra parte, e là dobbiamo sistemare”
“Dove?”
Armando guarda il mare in lontananza fuori dalla finestra. Perché si deve aver paura di salvare delle vite?
“Sai che c’è? Devono poterlo fare col giorno.”
Armando dà un bacio alla nonna, si sfila di fretta il grembiule e sale.
Ci pensa un po’, mentre guarda il figlio del vicino che butta l’ennesima cartaccia per terra. È una bella domenica di primavera, ma è triste. Il sole è diventato di chi non ha paura di fare orecchie da mercante.

Elisabetta Spanò

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