Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e la normalità

Le pareti di legno non sono il massimo: gli ricordano una brutta storia in una caffetteria con Silvio. Non ci fa poi tanto caso, in fin dei conti davanti a lui, a scaldarsi le mani screpolate attorno ad una tazza bianca di cioccolata calda, c’è Stella. Ha un nastro arancione tra i capelli deformi, le spalle larghe fasciate nella felpa di una tuta da ginnastica e i jeans spessi che si arrotolano sulla caviglia, tra l’osso a forma di uovo sodo e gli scarponcini grigi. Accanto a lei, distratta dal telefono, c’è Serena, sempre con gli stessi occhiali spessi e la passione per il tè al limone caldo. Ha la treccia liscia come l’olio poggiata su una spalla e guarda fuori dalla finestra.
Lui tiene lo sguardo basso sulla sua tazzina da caffè vuota. Evita gli occhi azzurrissimi tali e quali a quelli della nonna. Si sente molto a disagio.
“Quindi? Cosa ti ha spinto a cambiare il mondo?”, gli chiede, vivace, Stella.
Armando maschera uno sbruffo. Scuote la testa, apparentemente calmo.
“A fare che?”
“A cambiare il mondo”, ripete Stella, sporgendosi verso di lui, poggiata ai gomiti smussati, “insomma, sporchi le automobili, rischi le note dal preside, scappi di casa…”
Armando fa una smorfia. “Come lo sai?”
“Che?”
“Che sono scappato.”
“Mio padre”, interrompe Serena, “ti ha visto prendere il pullman con uno zaino gigante.”
Armando fa spallucce.
“Non voglio cambiare il mondo. Non ho fatto niente di che, comunque.”
Stella guarda il lampadario spento appeso al soffitto. “Se lo dici tu…”
Le due ragazze sorseggiano le loro tazze fumanti troppo piene. È come se si stessero ubriacando appoggiate al bancone di una discoteca. Serena cerca i fazzoletti nella borsa e va in bagno. Stella la segue con lo sguardo, quando scompare dietro la parete guarda Armando.
“Tu c’hai avuto un trauma.”
Armando scuote la testa fingendo di non aver sentito bene.
“Ti è successo qualcosa. Me lo sento. Insomma, tipo che ti ha fermato un ladro, che hanno rapinato una banca e tu eri in mezzo ai civili presi come ostaggi, che hanno arrostito una tartaruga protetta e te l’hanno offerta per cena…”, Armando fa finta di sorridere, “che ne so, queste sono le ipotesi plausibili. Allora, Diotallevi, che t’è successo?”.
Armando ricambia lo sguardo curioso di lei. La faccia, piano piano, gli diventa tutta rossa. Lo capisce, perché arrossisce come se fosse un mosaico, tessera per tessera, finché lei non si mette a guardare la sua tazza.
“Mi hanno detto una cosa brutta. Una cosa brutta che è successa, e continua a succedere. Non ci dormo la notte. Non frega a nessuno. Tutti sono preoccupatissimi dalle loro cose. Come mia madre, no? Non so come dirti,” Stella sbatte le palpebre di rado mentre lo ascolta, “se in chiesa è tutto a posto, se a casa è tutto a posto e se a Marco Antonio è andata bene la partita, è contenta. Per lei davvero è tutto a posto. Per me… non è lo stesso. Non so se mi spiego”. Continua a guardarlo, con il mento poggiato sul palmo della mano, le guance giallognole e i piedi incrociati sotto il tavolo.
“Ma sei rauco?”. Armando scuote la testa. È proprio la sua voce in quel modo, a metà fra un urlo e una rana con il catarro.
Serena torna dal bagno con le maniche del maglioncino verde ancora alzate fino al gomito, sempre sorridente (pure troppo, per Armando).
“Comunque il mondo non sta bene a nessuno, Diotallevi. Ma tanto poi moriamo.”
“E finché non muori? Che fai?”
Stella sbruffa. “La morte è parte della vita, basta solo aspettare che arrivi quel punto”
“Ma la vita non è parte della morte”, interviene Serena, con fare filosofico.
Armando arriccia involontariamente il naso. Devono smetterla di parlare di morte.
“In realtà no. Non è vero. Cioè, io davvero voglio cambiare il mondo. Me l’ha detto un mostro. Con la voce della Carrà. Devo diventare un eroe. Sì, è così.”
Stella esplode in una fragorosa risata, sbatte ripetutamente la mano sul tavolo, Serena tenta di salvare la sua tazza di tè ormai tiepido. Sorride di nascosto, fingendo di non sopportare tutto quel baccano. Tutti si girano, giusto in tempo per vederla smettere.
Non riprendono più la conversazione, parlano del più e del meno, Armando controlla spesso l’ora di nascosto.
Improvvisamente Serena zittisce Stella. Tira fuori dallo zaino nero un quaderno e una penna.
“E allora? Non mi racconti?”
“Cosa?”
“Voglio scrivere una storia su di te”
Armando si guarda intorno con aria interrogativa.
“Su di me? Perché?”
Serena chiude gli occhi e abbozza una risata. “Sei strano, sei tanto strano. Prima fai cose ribelli, cose da… rivoluzionario. Ho scritto già due articoli su di te. Insomma, rispondi male ai professori ma hai ragione, fai l’ecologista vandalo, scappi di casa per andare chissà dove… dove sei andato? Mio padre non me l’ha detto.”
Armando si alza. Inspira, decisamente innervosito.
“Io non sono strano. Siete voi completamente pazzi. Tutti quanti”, alza la voce, di nuovo i clienti guardano quel tavolo tanto rumoroso, “perché non hai risposto tu, alla professoressa? Tra l’altro t’ha fatta pure piangere, no? E allora perché sono io quello strano? Perché dico le cose e non me le tengo? O perché butto la spazzatura nella spazzatura? O perché decido di…”, non trova le parole, “sono affari miei, comunque. Io sono normale. Siete voi quelli strani. Siete voi. Tu che vuoi parlare di me, tu che cerchi informazioni per conto della tua amica, siete tutti pazzi”, Armando guarda il resto delle persone sedute al tavolo, “siete tutti pazzi. Il mondo vi crolla sotto gli occhi e non vi tocca minimamente. Io sono normale. Io sono perfettamente normale.”
Gli gira la testa. Recupera il portafoglio dalla tasca posteriore, prende tre euro e le lancia letteralmente sul bancone, esce senza aspettare il resto. Fuori è nuvoloso. Tra tre giorni è il suo diciottesimo compleanno. Le persone camminano guardandosi i piedi. Ci sono tante macchine nel parcheggio.
Le osserva tutte. Inspira a fondo.
“IO SONO NORMALE!”, grida. I passanti si girano per un attimo, poi riprendono a farsi gli affari loro. Sta per urlare di nuovo, quando due braccia lunghe lo stringono forte.
“Armando. Stai calmo. Armando? È tutto ok.”
Armando Pio Diotallevi si butta a capofitto sul petto di Silvio. Sta piangendo. Lui serra la presa, e si spostano come gamberi verso un posto isolato.

L’uomo pelato, in macchina, aspetta che la figlia esca dal bar. Prova sul taccuino i titoli del suo nuovo articolo della domenica. “Ragazzo gay perde la testa e il fidanzato lo recupera”. No, deve pensarci. Non va bene. Si congratula con se stesso quando si rende conto che quello è lo stesso morto di fame che ha visto salire sul pullman verso l’università qualche tempo fa. “Bravo, Igor”, sussurra a se stesso, “questo sì che è occhio da giornalista.”

Elisabetta Spanò

Cosa ne pensi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: