Armando Pio Diotallevi e il desiderio

La mamma sembra bella mentre accende le candeline. Anche se la cera si scioglierà e si mescolerà alla panna. È fantastica, alla luce dell’accendino, con la croce al collo che scintilla, gli orecchini di perla e i rotolini dei boccoli incastrati alla perfezione fra i capelli. Gli pare tanto lontana. Forse perché è buio. Forse perché non è mai stata come avrebbe voluto. Non ci fa caso. Tutti sorridono. Sorride anche lui. Una alla volta s’accendono le candeline. “Pensa al desiderio”, gli ricorda Marco Antonio, mentre riprende da dietro il telefono. E che dovrebbe desiderare, Armando Pio Diotallevi, nel primo minuto del suo compleanno? Non gli viene in mente niente. Cominciano a cantare. Ha qualche secondo.
Potrebbe desiderare la felicità. Ma non gli piacerebbe essere felice senza senso. Meglio essere tristi per un motivo, che essere felici a caso. E poi è così difficile. Chi è felice là in mezzo, in quella stanza buia? Forse solo il fratello, ché è piccolo. Uno su cinque non è un gran numero. Fa spallucce.
La canzoncina è a metà. Tra poco canteranno “tanti auguri Armando Pio, tanti auguri a te”. Respira il fumo grigio scuro delle vecchie candele. Diciotto. Marì Carmela ne compra una per ogni compleanno dei figli. Ogni candela è diversa. Ogni anno di vita è diverso. Quella nuova di Armando, la diciottesima, era l’unica grigia. Doveva essere argentata, ma gliel’hanno venduta già mezza sciolta, della patina metallizzata non c’è più nemmeno l’ombra.
Può desiderare la felicità di tutti quelli che ama.
E tutti quelli che non ama?
Perché non dovrebbero essere felici? Che hanno fatto di male? Se non li ama lui li ama qualcun altro, e magari quel qualcuno non mangia dolci, è un Testimone di Geova e non festeggia i compleanni o non crede nei desideri.
“TANTI AUGURI A TE!”, silenzio.
Ma lui ci crede nei desideri? In che cosa spera? Vorrebbe viaggiare, lavorare? Che vorrebbe fare? Potrebbe decidere di desiderare, prima di spegnere le candeline, di entrare nella Forestale. Troppo egoista. Che può desiderare?
“Armando, amore, spegni!”, cinguettano tutti. Che stessero zitti. In realtà desidera questo. Non lo pensa troppo. Non vorrebbe che la candelina si confondesse e uccidesse tutti. Non vuole uccidere nessuno.
“Si rovina tutta la torta, così!”.
La candela azzurra, quella del primo compleanno, sta per spegnersi da sola.
Che vorrebbe, Armando?
“Muoviti o la spengo io!”
Vorrei più tempo, pensa. Ecco che vorrebbe. Vorrebbe più tempo.
Più tempo. Per decidere, per capire, per scegliere i suoi desideri. Per pensare.
Le tovaglie di carta sono pericolose. Soprattutto quando hai delle candeline precarie che si disintegrano se stanno accese per troppo tempo. Soprattutto quando la torta su cui sono poggiate è piccola e ci entrano a stento. Forse Armando dovrebbe sperare che il mozzicone della sua settima candela di compleanno non cada sull’elaborato cespuglio di fazzoletti-peonia elaborato da Marì Carmela. Non lo fa. Non se ne accorge.
Nessuno se ne accorge, solo lei:
“MARÌ, MARÌ, SPENGI IL TAVOLO, SPENGI IL TAVOLO!”
Giovanni sta per dire a nonna Angela che non si dice “spengi”, ma poi si rende conto della peonia infuocata vicino alla manica della vestaglia di Armando, proprio mentre lui sta soffiando sulle candeline.
Però, tanto per cambiare, Armando non lo sa.
Gli sembra strano, è vero, che dopo aver spento le candeline nella stanza buia a mezzanotte, riesca a vedere le facce dei suoi parenti. La questione dura poco, perché si ritrova il copridivano invernale spalmato sulla faccia. Qualcuno glielo tira così violentemente che si trova a terra.
Buon compleanno, Armando Pio Diotallevi.
Si alza a fatica e si toglie la stoffa dalla faccia per ritrovarsi una scena apocalittica davanti agli occhi: Marco Antonio sta all’interruttore della luce schiacciato da poco, la torta è distrutta per metà, sua madre versa acqua sui fazzoletti-peonia, Giovanni apre la finestra e nonna Angela tossisce infastidita. Marì Carmela è meno carina, con i boccoli rovinati e il fumo negli occhi, ma è pur sempre una mamma e quello è il compleanno del figlio.
“Non fa niente, amore, taglia la torta.” O quello che ne resta. Effettivamente n’è rimasta giusto mezza, con la scritta “ti guri ando pio” sopra. Armando fa spallucce un’altra volta, Marco Antonio non riprende lo scenario disastrato e nessuno rivedrà mai il taglio della torta del diciottesimo di Armando. Poco male.
Nonna Angela si alza a fatica. Sorride poco. Dà gli auguri ad Armando con un bacio e sale piano piano le scale verso casa sua. Si ostina a preferire il piano di sopra al piano di sotto, nonostante l’età. Vuole guardare il mare, dice.
S’è fatta l’una. Non sanno più che dirsi. Hanno stappato lo spumante e Marco Antonio si è addormentato sul divano. Giovanni si è andato a coricare e Marì Carmela è rimasta da sola con il figlio.
“Piccolo eroe. Vuoi farlo ancora l’eroe, amore di mamma?”.
Perché ora? Perché ora lo inizia a chiamare “amore” e fa finta di interessarsi a quello che dice? Che è cambiato da ieri o da quando aveva otto anni?
Armando ride, ma ha gli occhi preoccupati.
“Nessuno è un eroe, mamma.”
“Qualcuno lo è, tesoro”, sussurra lei, facendogli un occhiolino, “e sai chi è?”
Scuote la testa.
“Gesù bambino che ci guarda sempre”.
Armando sorride e sospira ad occhi chiusi, poi si alza.
“Buonanotte mamma”.
Marì Carmela sveglia il figlio piccolo e lo accompagna in camera da letto, il diciottenne novello rimane da solo nel salotto puzzolente di fumo. Quelle pareti smetterà di vederle tra un po’. Se ne andrà da lì. Per fare cosa mica lo sa. Alla fine lo ha chiesto perché gli serve. Ha chiesto più tempo.
Gli è concesso, quel tempo? Lui, sicuramente, non lo sa.

Elisabetta Spanò

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