Armando Pio Diotallevi e Greta

L’unico motivo per cui Armando Pio Diotallevi è felice dei suoi diciotto anni compiuti è che può farsi da solo i permessi e uscire prima da scuola, principalmente per evitare quella di storia. Inspira a fondo mentre varca il cancello. Prende di fretta il primo pullman che passa e fa il biglietto fino a Piazza Scobolo, dove c’è la delegazione comunale. È aperta solo di mercoledì dalle dieci circa alle undici. Ci va solo perché è lontano sia da casa che da scuola e perché sa che non incontrerà nessuno dei suoi amici. Paga il biglietto, si siede e per una volta non pensa a niente. Si sente un po’ fluttuare, come se stesse sognando e le mani che guarda non fossero le sue. Si gode quella sensazione per un po’ e ascolta la musica alla radio. Sempre le stesse canzoni. Di solito le sente e non le ascolta mai, a sto giro ci sta attento e scopre che niente, non gli piacciono. Non c’è santo. Si alza prima perché l’autista è quello che si ferma solo se chi sta per arrivare gli fa cenno mezz’ora prima della fermata. Saltella dagli scalini di fretta salutando senza ricevere risposta e si rende conto che gli manca Mario.
Piazza Scobolo dovrebbe essere la zona più trafficata dell’est di Campo Collina, è a suo modo il fulcro della periferia ed è il punto di riferimento dei signori che fumano sigarette e ricordano i bei giorni passati in groppa agli asini per andare a coltivare i campi. La signora dei fichi si troverebbe benissimo là, si dice Armando, per poi chiedersi come mai ci abbia pensato. Boh. Ad ogni modo, la Piazza non è propriamente una piazza. È solo uno spiazzo affacciato ad una strada asfaltata male, c’è a fermata del pullman, un tabacchino e la sede del Comune. C’era un albero gigante, una volta, che hanno tagliato perché sporcava i marciapiedi con le bacche scure e crepava le mattonelle pallide. Armando sorride quando si rende conto che hanno trapiantato nell’aiuola rimessa a nuovo la stessa identica specie di albero. Certo che gli uomini amano proprio menarsi la zappa sui piedi. Si sente ancora fluttuare, e si trova senza volerlo a fare spallucce in faccia a un netturbino distratto. Per fortuna è distratto.
Quando era piccolo passava sempre da là con il padre, si andavano a prendere il gelato (il padre la coppetta media solo nocciola, lui cioccolato e fiordilatte), e gli piaceva, finché Giovanni in preda ad una crisi filosofica non gli aveva detto, mentre passeggiavano, “tu un giorno mi odierai”. E vabbè. Sono solo ricordi, pensa Armando, mentre continua a fluttuare.
È proprio mentre fluttua che vede qualcosa che non ci dovrebbe essere. È piccola, ha le trecce lunghissime e gli occhi all’insù. Si avvicina, curioso. È una ragazzina. Non sorride, non si alza, fissa la faccia incuriosita di Armando mentre legge il cartello che tiene in mano, più grande di lei. “Sciopero dalla scuola per il clima”.
“Ciao”, saluta lui, curioso.
Lei ricambia con un gesto della mano.
“Posso sedermi?”. Lei annuisce.
Armando si siede dall’altro lato del cartello per non darle fastidio. Il netturbino distratto non è più distratto e lo guarda minaccioso.
“Che fai?”
“Protesto.”
Lui annuisce e rimane in silenzio per un po’.
“E perché protesti?”, chiede, anche se dovrebbe capirlo dal cartello.
La ragazza socchiude gli occhi. “Protesto contro i politici che stanno distruggendo il mondo. Finiremo a bruciare in un rogo che ci siamo creati da soli”, mentre parla fissa Armando senza mai scostare lo sguardo. Lui ha i brividi e guarda per terra.
“Come ti chiami?”, le chiede, tanto per cambiare conversazione.
“Greta. Tu come ti chiami?”
“Armando Pio”, risponde, quasi sussurrando.
Non sa che fare, e decide di rimanere là con lei, con le gambe strette al petto e i pantaloni sempre larghi.
“Quanti anni hai?”, domanda Greta, continuando a guardarlo, col cappuccio giallo sulla testa.
“Diciass… diciotto. Scusa, è da poco”, rimane per un po’ con gli occhi chiusi, “tu?”
“Io quindici. Anche se sembro più piccola.”
Rimangono per un altro po’ in silenzio.
Greta sta rannicchiata, sempre con lo sguardo torvo nonostante gli occhi chiari e gentili. È arrabbiata. È come se avesse un vortice dentro che non trova pace. Ad Armando sta simpatica.
“Non si è mai troppo piccoli per cambiare il mondo, eh?”, fa lui.
“Io non posso. Ma c’è chi può farlo e non lo fa.”
Armando annuisce. È colpito. Farà grandi cose, Greta, se lo sente.
“Da quant’è che giri con il cartello?”
Lei ruota gli occhi. “Non è che giro con il cartello, è che mi fermo davanti ai Comuni, alle Regioni, ai Parlamenti e sto qua finché non mi rispondono”, sospira, Armando sta per chiedere scusa, “da poco, comunque. Tre settimane. Però vedi che continuo.”
“Non ne dubito.”
Si guardano.
“Posso farti una foto?”, chiede lei.
“…perché?”
“Perché sei il primo che si siede qua con me, a Campo Collina.”
Lui fa spallucce, una volta di troppo, e Greta gli scatta una foto mentre lui sorride. Lei gli sorride di rimando perché Armando ha la faccia storta quando non è impassibile.
“Va bene, allora. Buona fortuna. Andrà… andrà bene.”
“Sembri uno che si sbaglia spesso.”
“Effettivamente sì”, si alza e si pulisce le mani strofinandosele, “ma ti auguro il meglio.”
“Grazie, lo auguro anche a te.”
Armando si avvia con una strana forza che gli preme nello stomaco. Forse qualcosa può ancora migliorare. Forse ce la si fa. Forse che non va tutto così male. Sorride.
Il sorriso gli passa quando sbircia su un quotidiano poggiato al tavolo di un bar e scopre che sono morte delle persone per un attacco terroristico e che una donna finirà in carcere a subire delle torture perché vuole che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini in un posto dove, chissà perché chissà per come, questo fatto non va bene.
Ingoia il groppo alla gola che gli si è formato improvvisamente.
Poi pensa ad una cosa triste.
Pensa che forse i giovani sono diversi, che mamma mia, quante Greta ci saranno al mondo, quanti piccoli Gandhi, quante Malala. Allora lo pensa, e si sente in colpa. Ma lo pensa. “Questi politici, questi vecchi ignoranti di merda, questi fondamentalisti isterici… moriranno tutti un giorno”. Prova a rimangiarsi il pensiero. Non può farlo, i pensieri mica li trattieni. Scuote la testa più volte, si ricorda che il figlio del vicino è giovane. Non sono solo i vecchi, il problema.
Attraversa la strada senza guardare, sulle strisce, magari se muore pagano pure i genitori, va alla fermata, continua a guardare a terra, alza gli occhi, vede un paio di occhi chiari, un ciuffo biondo uguale al suo, l’espressione di sgomento di qualcuno che conosce, quel qualcuno è il fratellino, è Marco Antonio, dovrebbe essere a scuola. Ma anche Armando dovrebbe essere a scuola. Lo guarda.
“Che ci fai qua, tu?”
Marco Antonio dovrebbe fargli la stessa domanda. Non lo fa. Scoppia a piangere.
“Non dirlo alla mamma, ti prego.”

Elisabetta Spanò

Cosa ne pensi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: