Armando Pio Diotallevi e Sara

Armando Pio Diotallevi odia le sveglie. Soprattutto quando l’inverno ostacola l’alba con la nebbia e le nuvole scure e il freddo gli fa venire voglia di arrotolarsi sotto il piumone. Di solito, tra l’altro, di sabato dorme, perché non ha lezioni a scuola, ma a questo giro no. Si siede sul letto, poggia i piedi sulle mattonelle fredde, sbadiglia, si alza e si veste di fretta, si lava i denti cercando di non tremare, recupera il cellulare e corre fuori. Il pullman l’ha perso, lo sa, sa che andrà a piedi e che non vale la pena aspettare per l’altro. Gira destra alla fine della sua strada, supera tre vicoli e si ficca nel quarto, evita i cancelli di due villette a schiera e la vede. È diversa. La frangia è la stessa, le lentiggini pure, ma gli occhi sono più grandi e vispi, nonostante la stanchezza del viaggio.
Lei lo guarda per un attimo prima di sorridergli. Ingoia a vuoto. Lui accelera il passo per raggiungerla e la stringe forte. Lei si prende l’abbraccio. “Come stai?”, “che fai a scuola?”, “a casa com’è?”, “Angela che fa?”, gli chiede Sara, dopo averlo fatto salire da lei. Lui le vorrebbe raccontare tutto. Prova ad intercettare il suo sguardo, ma Sara fissa qualcosa fuori dalla finestra, e controlla ripetutamente il cellulare. Ogni tanto gli sorride. Allora non le racconta di Astianatte e della professoressa. Dopo qualche minuto di silenzio si mette a sedere dritto con la schiena e glielo chiede. “E tu?”
E Sara gli racconta tutto. Lui la ascolta.
Sara ha una bella voce, eccola com’è, è calda ma gentile, si fa sottile e delicata quando ride. Gli parla delle case di Gaudí, delle strade piene di gente e profumate di vita, del castigliano parlato dagli spagnoli e del catalano, che fidati, è tutta un’altra cosa. Gli dice della scuola che inizia un po’ più tardi e dei ragazzi che sono lì, che non sono assai carini ma cucinano bene, del Guggenheim di Bilbao e della bella compagnia con cui ci è andata. Certe volte si ferma e guarda le tasche piene di Armando. Armando non lo sa, ma Sara si accorge che senza la musichetta del Tetris le conversazioni con lui sono davvero monotone. Alla fine, quando ha raccontato proprio tutto, gli dice quella cosa.
Apre il suo diario di viaggio, se ne porta uno ogni volta che parte, e gli mostra una foto lucidissima scattata davanti alla Sagrada Familia. C’è lei con un tipo alto, dai capelli scuri e lunghi e la barba altrettanto scura e il sorriso pieno di piccole fossette.
“Chi è?”
“Vedi…”, lei lo aveva guardato, “ho incontrato un ragazzo.”
Chissà che si aspettava, Sara.
Forse che Armando ci rimanesse male. Che le saltasse addosso urlandole che la amava, che la pregasse di dargli una possibilità perché si era reso conto in quei mesi perché gli era mancata troppo. E invece no. La ascolta di nuovo mentre gli racconta di quando lo ha incontrato nel laboratorio di scienze a scuola e Pedro le ha spiegato come utilizzare il microscopio elettronico, di quando l’ha visto ballare al progetto di musica e l’ha invitata a ballare e di come si sono lasciati piangendo l’ultimo giorno.
“State insieme, vero?”, le chiede Armando, sorridente.
Lei annuisce, sistemandosi un ciuffo rosso dietro l’orecchia piena di gioielli, e lui la abbraccia per congratularsi.
“Tu hai imparato ad abbracciare”, gli dice Sara, soffocata dalla spalla di lui.
Armando si stacca, con una strana ruga tra le sopracciglia, e scuote la testa.
Lei sta zitta. C’è qualcosa che non va.
Innanzi tutto Armando accenna ad un sorriso, questo è raro. Non gioca al telefono, ed è strano. Quel filo di barba da adolescente malvenuto è più disordinato del solito. Ha i capelli un po’ più lunghi e gli occhi opachi. Tiene le mani nella tasca del giubbotto, che non si è tolto, e non smette mai di guardarla.
Sara scosta la tenda grigia della finestra della cucina e si appoggia al davanzale. Sente l’IPhone vibrare e le viene in mente il messaggio che Armando le ha mandato ieri. Gli chiede perché. Armando fa spallucce, e guarda il pavimento. Cerca di soffocare i pensieri per organizzare un discorso preciso. Mugugna. Sara quasi si spaventa, stringe il davanzale di marmo con le mani.
“Sono un cretino. Non mi ricordavo la tua voce.”
“Non te la ricordavi perché non mi hai mai chiamata?”, fa lei, incrociando le braccia e guardandogli il ciuffo di capelli secchi.
“No, no, non per questo. Sono successe cose mentre eri via.”
“Del tipo?”
“Non lo so Sa. Non riesco a guardare il mare. Non riesco a dormire bene. Non riesco a ricordarmi le cose. Tipo la tua voce. C’è un motivo, poi, se non me la ricordavo.”
“E cioè?”
Armando non sa che fare. Glielo dice e si prende la strigliata? Le racconta cosa è successo? Perché dovrebbe? Anzi, perché no? In fondo è la sua migliore amica. Però c’è qualcosa che non quadra. Non si fida di lei. Il pensiero gli attraversa il cervello come un fulmine mentre guarda la pelle perfetta, bianca bianca, e i capelli ben pettinati.
“Che sono un cretino. Non lo avevo capito, prima.”
Lei chiude le palpebre e si gira verso la finestra. Gli parla da sopra la spalla.
“Armando, è tardi ormai. C’è Pedro e non è più…”
“Non è questo, Sara. Non m’interessa di questo. Sono un idiota perché non ti ho mai ascoltata davvero. Potevo morire senza riconoscere la tua voce al mio funerale.”
Sara molla la presa del davanzale. Ritorna a guardarlo.
“Sei cambiato.”
“Ma va, che dici?”
“Sì, invece.”
“Ti dico di no. Sono lo stesso.”
Sara lo fissa senza dire niente. Inclina la testa di lato, tiene le braccia conserte e strizza un po’ gli occhi.
“Non mi convinci.”
“Affari tuoi”, ride lui, camminando nervosamente per la stanza, “sono sempre Armando Pio Diotallevi”.
Lei scrolla le spalle e mette su il caffè senza chiedere se lui ne vuole. Parlano del più e del meno.
“Quando pensi di tornare da Pedro?”
“Dopo gli esami.”
“Stai là?”
Sara sospira. “Dovrei.”
“Sarà strano. Ma buono, per te, dico”
“E per te?”, gli chiede lei, mentre lascia scorrere l’acqua calda sul fondo vecchio del caffè.
“Sarò felice per te.”
I due fanno colazione, quasi in silenzio. Arrivano a dirsi qualche frase di circostanza sul clima e sulle rondini. Sara ricorda ad Armando che fra poco è il suo compleanno. Armando risponde che tanto non cambierà molto. Non le dice dell’angoscia del crescere. Se la tiene per sé, come tutto il resto.
Le tende grigie sono proprio tristi, pensa Armando. Quasi quanto prendere il caffè con una sconosciuta.
L’Alcatel squilla. Armando è confuso, mentre legge il messaggio che gli è arrivato.

“ciao tizio del pullman la mia amica mi ha dato il tuo numero non ti dico chi che ha paura. volevo sapere che fine hai fatto e perché non prendi il pullman. PUOI ANCHE NON RISPONDERE EH. P.s: hai fatto bene per la prof.”

Non può essere. Non può essere lei.

“p.p.s: sono stella dinatale. quella col cognome divertente”.

Sara si chiede il motivo del sorriso di Armando. Glielo chiede, lui non risponde.
Forse non è cambiato così tanto.

Elisabetta Spanò

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