Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e la morte della giovinezza

Sara sorride, amareggiata, mentre l’aereo vola nel cielo azzurro. Ripensa a tutte le persone che ha conosciuto, a chi le mancherà di più, a chi le è mancato troppo. Guarda le nuvole affaticate dalla continua necessità di dover cambiare forma. Si accarezza i capelli. Tra poco sarà di nuovo a Campo Collina, a casa sua, tornerà nella sua scuola a vincere premi e, purtroppo o per fortuna, rivedrà i suoi amici. Scorre la home di Facebook cercando notizie della sua città. Non se n’ proprio interessata, in Spagna. Niente di che. Trasferisce la sua attenzione nelle news di Google. Legge. “Strade distrutte”, al solito, “Autobus in sovraffollamento: pendolari in difficoltà”, finalmente ci va di mezzo tutta la ditta e non solo Mario, “Delusione per la biblioteca: all’inaugurazione solo venti persone”, gira gli occhi dallo sconforto, “Studente si ribella alla lezione sulla Shoah”. Ferma il dito. I licei di Campo Collina non hanno niente d’innovativo, se non un blog comune sul quale non scrive mai nessuno. Rimane stupita. Leggendo il titolo si chiede chi possa essere stato l’idiota, si dice che la sua generazione fa proprio schifo, che probabilmente è un altro di quegli ottusi che rinnega l’olocausto. Apre l’articolo. A quanto pare uno studente al quarto anno ha interrotto la lezione di storia sulla giornata della memoria, ribellandosi alla sua professoressa che aveva spesso dimostrato di essere razzista e omofoba, per poi uscire platealmente dalla classe. L’articolo raccontava lo stupore dei suoi compagni di classe e della professoressa imbarazzata, la quale aveva deciso di non far intervenire il preside. “Un plauso va fatto al misterioso ragazzo, di cui non pubblichiamo il nome per discrezione, che ha dato prova di non poter sottostare all’oligarchia ottenebrante della generazione che ci odia”. È di una ragazza del linguistico, Sara deve averla vista da qualche parte. Sorride. Va nella stessa scuola di Armando. Magari fosse lui. “Ma no, Armando non farebbe mai una cosa del genere”, sussurra fra sé e sé, “perché mi sono dovuta innamorare di quel cretino?”

Nel frattempo, a casa di Nonna Angela, Armando guarda il calendario. Manca poco al suo compleanno, il diciottesimo. Sua nonna è emozionatissima. Gli ripete in continuazione che dopo il diciottesimo potrà votare, cambiare il mondo prendere la patente e, soprattutto, andare via di casa senza distruggere salvadanai. Armando non è troppo felice. La maturità è la morte della giovinezza. Smetti di essere fiore, smetti di essere frutto, cadi a terra e diventi cibo per vermi e moscerini. Dopo i diciotto è tutto in salita fino al baratro. Un susseguirsi di scelte da non prendere che vengono continuamente prese, il bisogno (che Armando in realtà non sente proprio), di mettere al mondo pargoli sfortunati, le impellenze sempre uguali del lavoro, se ne trovi, e dell’università, lo spettacolo umiliante dei tuoi sogni infantili che si disintegrano uno a uno.

“Dove la vuoi fare la festa? Al ristorante?”, chiede Marì Carmela.

“Non festeggio.”

“Perché?”

“È solo un passo in più verso…”, Armando vede Marco Antonio entrare e s’interrompe.

“Verso?”, chiede Marì Carmela.

Armando scuote la testa e non si accorge della nonna che lo guarda con apprensione.

“Niente. Non festeggio, ho pochi amici, al massimo esco con loro.”

La conversazione muore lì perché Marco Antonio deve parlare degli allenamenti di calcio.

Armando lo ascolta. Sembra che sia andato tutto bene, ha corso parecchio ed è agitato per la partita. Il calciatore si siede, mentre Armando beve di fretta un bicchiere d’acqua. Ha bisogno di fare una passeggiata. Dà un’occhiata al calendario. Manca proprio poco. Gli prende un attimo di tachicardia. Si alza e si avvicina al lavandino per prendere la spazzatura della nonna e buttarla. Lei gli sta per offrire una caramella, ma squilla il telefono. Armando sta ad ascoltare in silenzio, rallenta aspettando che Angela risponda, è un attimo che gli strappa sempre un sorriso.

“PRONTO, SONO ANGELA LUCIFARO, CHI È?”, grida, aspetta un po’ e “EH? CHI? AVVICINATI CHE NON SENTO!”, e alla fine, dopo che dall’altra parte del telefono hanno gridato, capisce e tira un sospiro di sollievo, “AH! ANNA? TU SEI? AAAAANNA! COME STAI BELLA?” e rimane là attaccata per due ore.

Armando recupera la busta, la annoda e scende le scale verso casa sua.

Si blocca davanti alla porta. Domani arriva Sara.

Groppo alla gola.

Non le ha scritto, non si sono sentiti, non la vede da troppo. Ingoia a vuoto. Si ricorda i suoi occhi, la frangia, i capelli, la pelle chiara. Ma non si ricorda la sua voce. Perché? Fa spallucce, cercando inutilmente di scansare una brutta sensazione, entra, accende la luce, Giovanni chiede chi è dallo studio, Armando risponde senza urlare, va in cucina, recupera l’umido e scende le scale di fretta. La voce di Sara. Non ha una voce stridula, se la sarebbe ricordata, sa cantare, tra l’altro. Ma che parole usa? È bassa, è alta, di che colore è? Armando strofina la mano sinistra sui jeans per pulirsi dalla condensa delle buste ed esce. Fa freddo. Arriva al bidone dell’umido, controlla che non ci sia qualche gatto randagio dentro e vi lancia le buste con poca delicatezza. Passa sfrecciando una bella macchina marrone. Dopo aver parcheggiato, scende il figlio grande del vicino, alto, grosso e biondo, accompagnato dalla fidanzata con le sopracciglia perfettamente ad ala di gabbiano. Armando pensa che sarebbero una coppia perfetta da disegnare. Decidono insieme che quello è il momento adatto per pulire la macchina. Lui si abbassa, i pantaloni troppo stretti lasciano intravedere l’inizio delle chiappe, e con accuratezza butta fuori dallo sportello del guidatore cartacce, bottiglie di plastica, una bustina vuota di tabacco. Poi prende per la mano la sua ragazza, attento a non ferirsi con i suoi artigli di gel e brillantini, lei lo distrae timbrandogli ripetutamente il collo col rossetto, e alla fine lui, per distrazione, sale a casa dimenticandosi di chiudere la macchina.

Le cartacce volano fino ai bidoni della spazzatura, Armando le butta nella colonnina della carta. Poi, per curiosità, decide di fare una passeggiata. Conta i passi. Uno, due, tre, quattro. Che hanno di meglio da fare, quei due, piuttosto che buttare l’immondizia al suo posto? Forse a diciassette anni dovrebbe immaginarlo, forse Armando lo sa, ma non gliene importa. Perché lui non può lanciare le lische di pesce e le bottiglie di vetro dalla finestra di casa per strada, e quei due si prendono il lusso di lasciare le loro schifezze in giro? Che ha lui in meno di loro? Perché ha un pennarello viola in tasca? Sarà la divina provvidenza. Dieci, undici, dodici. I due sono impegnati, non guarderanno mai dalla finestra. Perché non si ricorda la voce di Sara? Armando si mette il cappuccio nero della felpa, tira fuori il pennarello viola, è lavabile, è poco utile, non ha quasi senso fare quello che sta per fare. Ma è arrivato. E trenta passi sono davvero pochi. E sono quelli che distano dalla macchina ai bidoni. Stappa il colore, va davanti al parabrezza, la notte appena calata è dalla sua.

Non ha mai scritto sul vetro di una grande macchina luccicante di pulito. La cosa lo soddisfa alla grande, soprattutto perché il figlio del vicino è odioso e ottuso. Sorride mentre scrive lettere giganti.

“USA I BIDONI, IDIOTA.”

Forse è stato troppo duro.

Tira una linea su “IDIOTA”, scrive “PER FAVORE”.

Se ne va, fiero.

Si rende conto, con tristezza, pieno di sensi di colpa, che non si ricorda la voce di Sara per un motivo ben preciso: non l’ha mai ascoltata. Prende l’Alcatel dalla tasca. Le scrive un messaggio.

“Sono un cretino, perdonami. Ti voglio bene.”

La ragazza con gli occhiali spessi, dall’altro lato della strada, ha visto tutta la scena dalla sua bici. Quando vede il suo compagno di classe Armando Pio Diotallevi illuminato dalla luce del vecchio telefono, capisce che è diventato ufficialmente il suo nuovo eroe. E che dovrà scrivere un altro articolo su di lui.

Elisabetta Spanò

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