Armando Pio Diotallevi e il sette

“Ma che hai che non va?”
Silvio tiene le grandi cuffie ergonomiche morte sul collo, guarda Armando seduto accanto a lui, la testa persa fuori dal finestrino. Non ha detto una parola da quando sono partiti.
“Niente.”
“Non mi dire che è perché sei scappato e non t’ho scritto.”
È un periodo strano dell’anno: la mattina è buia, la sera è luminosa. A volte troppo. Stamattina Armando ha freddo ed è pensieroso. Ha passato tre notti di fila in bianco e non ha studiato niente per oggi. S’inventerà tutto all'interrogazione, devierà il discorso, non risponderà alle domande a trabocchetto di quella di storia e si prenderà l’ennesimo sette di consolazione. Lui odia il sette. È abbastanza, ma puoi fare meglio.
“Armà, mi rispondi?”
Tra poco arriveranno alla fermata di Stella. Lei non salirà. Forse sta male, prenderà un altro pullman, magari si è offesa perché Armando non le ha tenuto il posto, perché no, magari le manca, aspetta, l’ha già dimenticato. Chissà Sara, invece. Armando si sente in colpa perché a Sara pensa solo se non ha altro a cui dedicarsi. Quando smette di pensare a Stella gli viene in mente lei. Un po’ gli manca, ma a volte se la dimentica. Ogni volta che gli viene in mente, è come quando ti svegli dopo un sonno tanto profondo da scordarti di essere stato sveglio. Alla nascita magari è così. Un risveglio dalla morte. La morte…
“Armando Pio Diotallevi, smettila di fare il bambino. Non abbiamo mai fatto queste cose da amichetti del cuore, ok? Ci vediamo e basta, e parliamo. Che t’ho fatto di male?”
Lui lo guarda. A Silvio, quando si arrabbia, diventano gli occhi luccicanti.
“Niente. Non ce l’ho con te, te l’ho detto.”
“E allora smettila di pensare”, sibila Silvio, alzandosi per scendere, “e torna come prima. Almeno sorridevi.”
Armando ricambia lo sguardo, e l’amico percepisce qualcosa di diverso. Gli occhi grandi e marroni sono infossati e opachi, sotto le sopracciglia corrucciate. Sbatte le palpebre lentamente, tiene la bocca semiaperta, ha la barba incolta, i capelli scompigliati, le guance bianchissime. Qualcuno da dietro lo spinge, ma Silvio non riesce ad andare avanti. Torna al suo posto, abbraccia Armando e gli sussurra qualcosa all’orecchio. “Scusami”. Scende per ultimo, coda della fila affranta degli studenti stanchi. Dà un’occhiata all'amico, immobile.
Gli occhi di Armando scivolano sui ponti traballanti, sui manifesti elettorali, sulle montagne di rifiuti nei letti dei fiumi, sugli uomini soli e ubriachi appisolati sulle panchine. Scruta inerme le persone infreddolite che si lamentano perché l’unico autista a fermarsi alla loro pensilina è Mario, gli altri tirano dritto, e il pullman si riempie di gente. Mario sorride, forse è stanco pure lui. Armando vede un vecchio pullman bianco che va verso le montagne, diviso diligentemente a metà: dietro i maschi e davanti le femmine, guai a chi tenta di trasgredire gli ordini. C’è pure una donna sola, dietro il vecchio autobus bianco, che si dirige alle porte del cimitero con dei fiori in mano, accompagnata da una folta schiera di gatti. Dove va, quella signora? Dai suoi genitori? Dal marito? Magari dal fratello. La donna si gira verso il pullman di Mario, cerca qualcuno. Non lo trova, ha gli occhi stretti, occhi di chi ha visto troppo. Incontrano quelli di Armando, per un secondo, e si fermano. Sono uguali: stanchi, vacui, lenti. Occhi uguali che si incrociano. Due sono ancora limpidi, due in preda di un dolore troppo grande. E se stesse andando da suo figlio, la signora? Ad Armando vengono i brividi, ci ripensa per l’ennesima volta, mentre il pullman riparte e lei attraversa il cancello del cimitero. È sempre lì, inciso, stampato, ce l’ha marchiato a fuoco nelle tempie. Sospira. Non ne può più. I pensieri fanno male. Sono frammenti di vetro costretti in un budello troppo piccolo. Scivolano a fatica e lo tagliano, si mescolano al sangue, si perdono nei labirinti scuri della mente di Armando. Fanno male, i pensieri. Non potrà tenerli lì ancora per molto.
Entra in classe, c’è storia alla prima, giustifica le assenze da quell'orrido mostro dalla bocca storta che è la sua professoressa. Sbircia sul registro l’argomento di oggi. “Il nazismo e la deportazione degli ebrei”. Grandioso. Si siede. Si ricorda che una volta una sua compagna era uscita piangendo dalla classe per un commento idiota di quella professoressa sugli omosessuali. Si siede al suo banco, accanto ad un ragazzo più silenzioso di lui.
La professoressa, finita la sua quotidiana partita a Candy Crush, comincia il discorso. Racconta delle dinamiche del nazismo, divagando ad un certo punto sulla sua ricetta preferita. Armando non può sopportarla. Guardala, com'è compita, mentre parla con orrore dell’ennesima strage di innocenti al campo di concentramento. La stessa che deporterebbe gli immigrati africani. La stessa che aveva proposto di proclamare illegali i gay. La stessa che prendeva in giro i testimoni di Geova. Armando prova a trattenersi, non ce la fa.
Alza la mano.
I compagni lo guardano, sconvolti. C’è qualcosa che non va, Diotallevi non alza la mano nemmeno per andare in bagno. È sconvolto anche lui da quello che sta facendo. Gli trema il braccio.
“Professoressa, mi scusi”
“Sì, Diotallevi? E come mai parli?”, è sorpresa pure lei, si sistema i capelli, nervosa.
“Posso fare una considerazione?”
“Certo”, dice lei ridendo, “qui si viene per dialogare!”
La ragazza che un mese e mezzo fa era uscita piangendo tossicchia. Armando la guarda per un secondo.
“Lei è venuta qui, stamattina, a parlarci di quanto sia stato orrendo il nazismo. Viene qui a parlare di disumanizzazione, le persone diventavano numeri, a quel tempo, vero? Ecco, vede che annuisce, allora mi dà ragione”, la classe è incuriosita, non sa dove vuole arrivare. Sono tutti interessati, quasi nessuno ha sentito la sua voce così a lungo. Armando sospira.
“Lei, professoressa, viene a dirci che la storia non va dimenticata. Però, poi, che fa? Insulta tutti quelli che non sono esattamente come lei, e dico io, per fortuna che non tutti sono come lei, tutti gli omosessuali, gli immigrati, i testimoni di Geova, probabilmente lei che è liscia direbbe qualcosa anche contro quelli con i capelli ricci, senza un minimo di delicatezza. O mi sbaglio? Mi sbaglio?”. La prof prova a parlare. Non riesce. La ragazza dall'altro lato della classe, si chiama Serena, sorride e ha gli occhi che le brillano dietro le lenti spesse.
“Lo sa, esimia professoressa di storia, che in Cecenia gli omosessuali vengono deportati, torturati, e sottoposti a castrazione chimica? O che ci sono bambini dei tanto cattivi immigrati che muoiono nello stesso mare dove lei bagna le sue”, questo forse non lo dovrebbe dire, ma che gliene frega, “le sue flaccide chiappe ad agosto? Che in Cina gli stessi che suonano il campanello mentre fa il sugo, nientepopodimeno che i testimoni di Geova, vengono massacrati, alla pari dei cattolici? E dico io, sapendo tutto questo, e considerando le sue battute idiote della settimana scorsa e di ogni lezione, lei ha ancora il coraggio di venirci a parlare delle stragi della seconda guerra mondiale? I lager ci sono lo stesso. E sa una cosa? È anche colpa sua. Le basterebbe informarsi. Oh, ma aspetti, magari si informa pure, ma non le interessa niente.”
La professoressa è muta, bianca, pronta a chiamare il dirigente. I compagni guardano tutti verso Armando, sconvolti, qualcuno ammirato, qualcuno scocciato. “E adesso, se non le dispiace, ci vado direttamente io a parlare dal preside per la mia sospensione, preferisco essere bocciato piuttosto che ascoltare le sue castronerie. Per favore, mi tolga il sette. Io odio il sette, meglio il due.” Si alza, trionfante. Due ragazzi ridono per la faccia della professoressa. “Con permesso, arrivederci”. Se ne va, chiudendosi la porta alle spalle e scende in presidenza. La sua professoressa di scienze, che aveva origliato tutto da dietro la porta, lo vede scendere. Lo blocca. “Diotallevi?”, Armando si gira. Si avvicina severa, poi sorride. Gli stringe le braccia, è più bassa di lui. “Sai che c’è? Le sta proprio bene.”
In classe l’hanno applaudito, dopo l'uscita trionfale. Ma Armando questo non lo sa. E, tra l’altro, non gliene importa assolutamente nulla.

Elisabetta Spanò

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