Armando Pio Diotallevi e il ritorno

“Io te l’avevo detto che dovevi mangiare”, sbruffa prima di uscire accompagnata da Marì Carmela.
Non è vero. Alcune cose non si dicono, si dimostrano e basta. E quando Nonna Angela gli molla davanti piatti stracolmi di polpette, involtini, pasta, arancini, tiramisù e gelato sciolto sul pandoro non glielo dice, che deve mangiare, glielo urla rimanendo muta. L’affronto che le ha mosso il figlio di Marì Carmela svenendo per un calo di ferro lontano tre ore e mezza da casa le ha fatto comprendere che a volte il linguaggio del cibo non basta: certe cose bisogna dirle. L’ha capito anche Marì Carmela stessa, donna impegnatissima e appassionata catechista, la cui espressività affettiva per il figlio maggiore è venuta a mancare con l’ultimo vaccino obbligatorio. Si ricorda quando il piccolo Armando premeva forte il naso grosso contro le radici dei suoi seni per tentare di sfuggire alla puntura. E si ricorda, con rabbia, quando ha deciso che sarebbe stato meglio scappare, che la madre era complice della terribile infermiera con gli occhiali: si era alzato mentre le due parlavano della morte inaspettata e improvvisa del fioraio di centouno anni che aveva il negozio accanto all'ambulatorio. Armando aveva guardato il minuscolo Marco Antonio, cogliendo negli enormi occhi chiari la scintilla del turbamento infantile, la stessa che gli brillava nascosta dal ciuffo biondo quando a Giovanni scappavano le parolacce. Era scivolato via dal braccio della madre ed era corso giù per le scale veloce come un treno. Sotto, a bloccarlo, l’ombelico severo del padre, nell'ombra delle durissime braccia conserte. Lo aveva preso per le orecchie ed erano risaliti insieme verso l’infermiera con gli occhiali. Armando era già troppo alto per farsi male, e Giovanni non voleva ferirlo, però avevano continuato la messinscena per accontentare Marì Carmela, sconvolta dal comportamento del figlio. Anche adesso Giovanni ha le braccia conserte, mentre guarda i suoi due ragazzi seduti, circondati dalla menta luminosa delle pareti della camera di Armando. Avrebbe dovuto fermarlo alla porta, come aveva fatto il giorno dell’ultimo vaccino. Dovrebbe dirglielo che si è preoccupato e che gli vuole bene. Ma rimane con le braccia conserte, sorride ed esce.
“Arma’…”, sussurra Marco Antonio al fratello maggiore, “vuoi andare via di nuovo?”.
I due si guardano. Armando la rivede, quella scintilla. Questa volta, però, è accompagnata dal gel lucido e dai primi brufoli sulla fronte. Sorride e si chiede perché a lui sono capitati gli occhi più brutti. Quant'è piccolo, Marco Antonio. Grande, bello, eppure piccolo quanto un bambino in mezzo al mare. Un’enorme pinza di ferro gli chiude la bocca dello stomaco e, per la prima volta dopo anni interminabili di gelo, i due mocciosi Diotallevi si abbracciano. Anche se Armando pensa che sia un po’ pezzo di merda. Pure se è invidioso di tutte le attenzioni che non ha mai ricevuto. Marco Antonio, dal canto suo, vorrebbe avere l’intraprendenza di Armando, sì, sarà poca, ma è di qualità.
“Non lo so”, bisbiglia a Marco Antonio”, “non lo so”, ripete a se stesso.
Marco Antonio profuma, e rimangono immobili seduti su quel letto che morbido solo al suo centro, modellato da moltitudini di notte insonni.
Tutti là fuori pensano che i suoi giorni da eroe siano finiti. Che adesso tornerà a sperare di entrare nella Forestale. Tutti, fuori da quella stanza verde, credono che si possa coltivare un sogno per volta, che in un giardino possa esserci una sola rosa. Armando, invece, con il fratellino poggiato alla spalla e il mondo di Campo Collina chiuso fuori, sa che deve capirci qualcosa in più. Da quando è svenuto davanti al proprietario del Bed & Breakfast, non riesce a pensare ad altro che ad Astianatte. Anche ora che è tornato a casa, che domani comincerà di nuovo ad andare a scuola, che pare aver finito la sua avventura. Il bambino. Un bambino che galleggiava su un gilet. Morto.
D’istinto stringe forte Marco Antonio. Si staccano, dopo un bel po’.
“Sono stato via solo per un giorno, comunque. Sembrate tutti così agitati. Cioè, poi quando vado all'università che fate?”
Marco Antonio gli risponde guardandosi le ginocchia. “Sei tu, Armando, che sei agitato.”
È vero. A certe persone non si può mentire.
“E tu, che mi racconti, tu?”.
Il fratellino rimane stupito. Non glielo chiedeva spesso.
“Niente di che. Solite cose. È che boh, mi sei mancato. Comunque ho allenamento, devo andare…”
“Sì, vai”.
Armando rimane solo nel suo bugigattolo. Guarda la Carrà. Si sorridono a vicenda. Sanno che non è finita.
Francesco Galì si era sentito molto in colpa per essere mancato il giorno della prima comunione di Armando. Per questo, dal Brasile, gli aveva spedito un Acer portatile ben imballato, leggero per quei tempi, con la tastiera morbida e scomoda e il lettore dei floppy. Armando lo accende. Deve scaricare degli aggiornamenti, fa il rumore di un carro armato che solca campi di lattine di birra. Legge sullo schermo azzurro. 1 su 4556. Benone.
Si chiede con non poca inquietudine cosa si prova a vedere qualcuno che sta male, che soffre, che sta per spegnersi. A lui non è mai successo, spera che non gli succeda mai, ma appena s’immagina di nuovo quel bambino sul pelo dell’acqua sente un brivido nelle vertebre più alte.
30 su 4556.
Si chiede cosa stia facendo la signora di Casa. Non lo sa. Sarà a ricamare nel suo salottino profumato di fichi, mentre ascolta un cd di Tenco.
Non è vero, ma non lo sa.
In realtà sta parlando animatamente con un uomo pelato, arcigno, che tiene nella tasca interna della sua giacca gessata un registratore. È acceso.
Ci è voluta quasi un’ora. 4556 su 4556. Installazione degli aggiornamenti, si prega di non spegnere il computer. Armando sta a guardare la rondella bianca che gira all'infinito. Alla fine il computer si accende.
“Faccia attenzione, signora”, sospira l’uomo in completo, molto lontano da lì, “potrebbe aver fatto la scelta sbagliata”.
Ci vuole un attimo per andare su Google. Lo stesso tempo che impiega la vecchissima signora a chiudersi dentro, mentre il tizio si avvicina velocemente alla sua macchina.
E basta una parola, ad Armando, per rimanere a bocca aperta, con gli occhi sbarrati, bianco come un lenzuolo, con lo scirocco improvvisamente nella schiena. Gli basta cercare una sola parola.

“Sta succedendo proprio ora.”

Elisabetta Spanò

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