Armando Pio Diotallevi e l’olio della pizza5 min

di L'Obbiettivo

L’ora di pranzo è dorata come il forno dove si accalcano gli studenti universitari in pausa. Il panettiere, un uomo pelato e sorridente, sembra parlare ai tranci di pizza che vende. Ci sono due ragazze con i piercing al naso e i pantaloni larghi e coloratissimi, piene di treccine, una è davvero bella, l’altra ha la faccia nascosta da un triangolo di focaccia. Armando è quasi sicuro che sua madre si sarebbe fatta il segno della croce guardandole. Controlla il telefono. È l’una, nessun messaggio. Probabilmente pensano che sia ancora a scuola. Non sa cosa sperare. Trentanove e ottantanove, togli cinque dell’acqua e dei due pezzi di pizza, rimangono trentaquattro euro. Di questo passo, se riesce a farsi bastare due rettangoloni di margherita al giorno, resisterà meno di otto giorni. È messo male. Eppure pensava di avere tanti soldi.
Un ragazzo con gli occhiali e i capelli molto ricci sta litigando con un arancino. Accanto a lui c’è il suo amico di sempre, alto, con i capelli neri, molto imbranato. Potrebbe avvicinarsi, sembrano due tipi simpatici. Il ragazzo riccio si sporca gli occhiali, chiede all'amico alto di passargli un fazzoletto, non ce l’ha, ridono.
“Scusa…?”, fa qualcuno. Armando si gira, ma non c’entra niente, è solo il ragazzo alto che sta chiamando la ragazza colorata nascosta dietro la barriera di focaccia. I due iniziano a parlare. Sembra così facile fare amicizia.
Armando è seduto su una panca di pietra. Sullo sfondo, dietro gli alberi snelli, c’è il grande campus rosso mattone. È pieno di persone, principalmente italiani, ma c’è anche qualche orientale, probabilmente in Erasmus. Ormai le due ragazze con i pantaloni larghi e i due imbranati con gli occhiali sporchi sono lontani, e Armando ha finito i tovaglioli compresi nella bustina cercando di tamponare l’enorme macchia d’olio che si è formata sui jeans. Arrotola il secondo pezzo di margherita per conservarlo fino alla sera, lo sistema meticolosamente nella tasca superiore dello zaino e chiude tutto.
“Scusatemi”, sente una voce dietro la spalla destra.
“Sì?”, si volta.
C’è una signora, poco più alta della panchina, anziana, con gli occhi scuri e il capo coperto.
“Giovanotto, mi aiutate cinque minuti? Posso darvi un moccatore”
“Cosa, signora?”
La donna toglie un fazzoletto profumato dalla borsetta di vernice rossa.
“To’, che ti sei cunduto con tutto l’ogliu”.
Sì, ne ha proprio bisogno, è davvero pieno d’olio. La ringrazia e la fa sedere accanto a lui. Qualcosa in lei gli ricorda Angela: nemmeno la vecchina è molto sorridente, anche se è molto più grande di sua nonna, ha gli occhi più scuri e il naso ossuto e gobbuto.
“Come si fa a chiamare qualcuno senza che si vede il numero dall’altro lato?”
“Chiamare con l’anonimo, intende dire?”
“Le tende? E mo’ che ncintrano le tende?”
Armando sorride, la signora no.
“Comunque, mi passi il cellulare che provo io. Che numero deve chiamare?”
La donna prende un foglietto dalla borsa di vernice e lo mostra al ragazzo. Non sa leggere.
Chiederle di quale operatore telefonico usufruisce sarebbe come domandarle se per caso ha visto un marziano, fortunatamente sul suo vecchio Nokia c’è scritto “WIND” in alto. Armando digita il numero, antepone #31# e chiama.
“NO, NO! CHE FATE!? Non dovete chiamare mo’, dopo.”
“Va bene, signora, allora che posso fare?”
“E se lo sapevo non vi chiedevo aiuto!”
“Facciamo che glielo salvo così, va bene? Così quando chiama parte direttamente in anonimo”
“Vabbuono, come dite voi.”
“E come lo devo salvare? Di chi è il numero?”
“Casa, salvatelo casa”.
L’anziana donna lo guarda con fare furbesco. Armando si chiede perché una persona dovrebbe salvare un numero di cellulare con “Casa”.
“Casa? Sicura signora?”
Lei strizza gli occhi ed esclama, quasi sprezzante: “c’ho un’amica che si chiama Casa”.
Armando trattiene una risata, salva il numero e restituisce il telefono alla signora.
“Grazie assai. Tenete qua”
La signora tremante mescita nella borsetta e tira fuori un cilindro foderato di pellicola.
“Cos’è?”
“Voi non siete di qua, neh? È una schiocca di fichi”.
Armando scarta un’estremità del cilindro e annusa. Gli ricorda qualcosa che non sentiva da tempo: Nonna Itala.
Nonna Angela e Nonna Itala (la madre di Giovanni Diotallevi) erano migliori amiche, un tempo. Insieme raccoglievano i fichi e li seccavano, poi li sistemavano e li nascondevano. Nonna Itala era morta quando Armando aveva solo sette anni, e se la ricorda appena. Sorride e ringrazia la donna.
“Ma sentite, giovanotto, ma vi trovo qua qualche altra volta, a quest’ora? Chè c’ho amiche che pure gli stessi problemi c’hanno. Per intanto tenete, per il gelato.”
La donna non ha finito: recupera dieci euro da un borsellino nero e glieli porge guardandosi intorno con aria sospettosa.
Armando è sconvolto. Guarda la banconota, poi guarda la vecchietta, poi di nuovo i dieci euro. Sorride. Gli brillano gli occhi.
“Certo signora, mi trova qua tutti i giorni alle…” guarda l’orologio appeso alla parete della rosticceria, “all’una e venti. Anche per le sue amiche, se vuole”.
“Grazie, grazie assai. E dove state voi?”.
Armando, rosso d’imbarazzo, posa i soldi nello zaino dello zio Francesco.
“Io? Da nessuna parte, ancora non lo so. Ha consigli lei, signora?”
“Cercate un beddebbrè?”
Armando la guarda confuso, “eh, signora?”, le chiede.
“Un beddebrè. Trentamila lire a notte. È là dietro, quattro case più avanti.”
Armando non capisce, ma sorride, annuisce e la ringrazia un’altra volta. Si salutano.
Fa freddo, il cielo è bianco e Armando vorrebbe tanto tornare a casa. È contento, però, perché ha trovato cosa mangiare e ha messo qualche soldo da parte, grazie alla vecchietta. Spera che qualche sua amica torni l’indomani. “Casa”. Chissà chi è quella “casa”. Sicuramente non una persona. Magari la donna sta spiando qualcuno. Probabilmente non la rivedrà mai più. Le punte delle dita gli profumano ancora di fichi, se ne rende conto quando prende l’Alcatel nero per leggere il messaggio che gli è appena arrivato. È di sua madre. Inspira a fondo. Forse le manca. Forse sta andando a riprenderselo.

Mamma: HAI RTTO IL SAVLADAANIO DI NONNA DISGARIZATO!1!

Si rattrista subito.
Guarda davanti a lui. Ha superato quattro case. Eccolo là: un Bed&Breakfast. Dall’aspetto è decisamente economico. Sorride. Ha anche dove andare a dormire. Pensa alla donna di prima e le è infinitamente grato.

La signora Anna sta camminando di fretta per la strada serrata di casa sua. Stringe nel palmo destro il suo Nokia nero. Si guarda intorno, il fazzoletto sul capo è stretto stretto, la borsetta le profuma ancora di fichi. È arrivata. Dietro di lei, abbastanza distante, c’è un uomo che cammina. Lei finge di non sentirlo. Ha gli occhi socchiusi per il sole delle tre. Cerca un numero nella rubrica, chiama. La sua voce è lieve come un sussurro, mentre apre la porta di casa senza girarsi.
“Mi sta seguendo.”

Elisabetta Spanò

Condividi: