Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e lo scudo di Ettore

Silvio non lo ha cercato. Non ha chiesto niente ai suoi parenti, non l’ha telefonato, non sa che fine abbia fatto Armando, e non si è mobilitato per scoprirlo. Armando lo sa, e ci sta male.
Il freddo e la sera sono calati come una cataratta sul campus e sulla città. Il sole è tramontato presto, i negozi sono chiusi, tutto sembra essersi spento. Maria Carmela non è riuscita a trattenersi. L’ha chiamato, lo ha implorato di tornare a casa, di non stare lontano, ma ha capito che non c’è niente da fare. Nella cucina, insieme a lei ad ascoltare in vivavoce le parole del figlio, c’era Giovanni, che tamburellava sul legno spesso del tavolo e scuoteva la testa. Armando non può sapere quello che pensa il padre, ma lo immagina. Suo figlio è impazzito, è scappato, ha lasciato la scuola e tutti i suoi cari per cercare sfortuna. Ad essere eroi ci si fa male, si ripete Giovanni, sdraiato sul divano mentre il cervello si arrotola come zucchero filato sugli spiedini delle fiere. Nonna Angela non riesce a parlare, è preoccupata. Nessuno di loro è a conoscenza dell’esatta posizione di Armando, per una volta è l’unico a sapere qualcosa. È seduto sul davanzale di una finestra del B&B, ha i piedi penzoloni che sbattono contro il muro bianco e sporco. Gli manca Sara. Vorrebbe rivedere Stella. Silvio? Che fine ha fatto, Silvio? Ogni volta che il tallone sbatte contro l’intonaco, Armando pensa ad una persona diversa. Pensa ai suoi compagni di classe insipidi, al suo professore di filosofia, che la filosofia gliel’ha fatta odiare, alla signora dei fichi secchi, a Raffaella Carrà, a Nonna Angela, addirittura a Marco Antonio. Pensa, pensa tanto forte che la cataratta della sera scende pure sui lampioni giallastri, sulle piante, sui rumori, sul vibrante fracasso che fanno i suoi piedi contro l’edificio. Qualcuno apre scocciato la finestra, Armando salta giù.
“Scendi da là!”, è un uomo alto, con i baffi bianchi, la giacca nera e la camicia, “mi crepi tutto quanto. C’è una panchina là sotto!”
“Scusi. In realtà stavo entrando…”, risponde Armando, cercando di soffocare i suoi pensieri.
“Da mezz’ora, stavi entrando”, continua il proprietario, burbero, “che vuoi? Non è ora di andare a casa?”
“Mi serviva una stanza”
“E vuoi arrivarci sfondando il muro?”. L’uomo fa cenno ad Armando di entrare. Ha la voce grossa, è alto e possente, ma ha gli occhi buoni.
Dentro non fa freddo. Le pareti sono adornate con vecchia carta da parati verde, ad Armando ricordano vagamente la sua stanza, i mobili sono antichi e contorti, su ogni mensola c’è un centrino bianco e sopra il centrino una foto. Ce ne sono tante in bianco e nero, qualcuna a colori ma sempre sfocata. Il proprietario ha allestito nel salottino una piccola reception, dove Armando sbriga le faccende burocratiche.
“Nome bizzarro, Diotallevi. Armando Pio… è pomposo, eh?”. Ha la voce dura, densa e scura, le sopracciglia sempre corrucciate e le mani grandi. Se non fosse per i capelli bianchi e le rughe, sembrerebbe uno sportivo ventenne, dritto come un fuso.
“Mi piace”, risponde Armando.
“Bravo. Non è facile da dimenticare. Io sono Luigi, ma puoi chiamarmi Gigi o come ti pare. To’ la chiave”
“Le dispiace se resto ancora un po’ qui?”. Il signore scuote la testa, quasi sorridendo. Armando rimane a guardare il salottino. Accanto alla reception improvvisata ci sono delle scale anguste, di legno, che portano al polveroso piano di sopra. Non è un posto molto frequentato. Mentre Gigi fischietta, Armando si siede su una poltroncina rossa poco distante dalla porta. Osserva le cornici sulle mensole e le immagini al loro centro, provando ad immaginare chi siano tutte quelle persone. C’è solo una cornice fuori posto: non è poggiata come le altre sui mobili, è appesa alla parete con un chiodo piegato, e non conserva una fotografia, ma un foglio pieno di simboli strani. Armando si avvicina.
“Scusi, che cos’è?”, chiede incuriosito.
“Greco, Diotallè, greco. È un brano di un’antica opera. È Ecuba che dice addio ad Astianatte, alla fine della guerra di Troia.”
“Ah, bello…”
“Non lo sai, vero, di che parla?”
Armando abbassa lo sguardo, anche se non ha il coraggio di scuotere la testa, Luigi comincia a raccontare.
“Ecuba era la madre di Ettore, vabbè che a questo ci sarai arrivato a scuola. Finita la guerra, morto Ettore, gli Achei saccheggiano Troia, e uccidono il piccolo Astianatte, nipotino di Ecuba. In questo pezzo lei piange perché pensa ai suoi familiari morti, ricorda la sagoma stanca del figlio, i riccioli e i sorrisi del nipote.”
Ad Armando si appanna la vista. C’è qualcosa che non va.
“Toccante… come mai l’ha appeso?”
Il giovanotto dalla barba bianca diventa improvvisamente vecchio. Si curva un po’, non riesce a reggere lo sguardo di Armando.
“Sai, lo scudo… portano Astianatte morto sullo scudo del padre.”
Un rivolo di buio si riempie ed esonda nella stanza ridondante piena di fotografie.
“Io sono un pescatore. Vado in barca, se c’è bel tempo…”
“Sì?”
“Sì. Sai cosa è successo al mare?”, lo chiede con la sottile delicatezza che si potrebbe usare descrivendo un bambino dal ginocchio sbucciato.
“No…”
“Dovresti informarti. Io non lo ero, quando l’ho visto.”
Ad Armando gira la testa, si appoggia allo stesso davanzale sul quale era seduto fuori. Vorrebbe un bicchiere d’acqua.
“Cosa ha visto?”
Luigi sembra rimpicciolirsi sempre di più.
“Ho visto Astianatte, Diotallevi. Sembrava dormire.”
Armando guarda Luigi. Negli occhi ha un incolmabile vuoto. Sente la testa che freme. Aspetta ancora qualche altro istante.
“Luigi io non…”
Il vecchio proprietario si appallottola sulla sedia della reception.
“Hai presente quei giubbotti rigidi, arancioni, quelli che si mettono prima di salire sulle canoe, come salvagenti?”
Armando annuisce.
“Ce n’era uno. Grande grande, il mare lo dondolava. Ero lontano da terra, più del solito, più del dovuto. E Astianatte era là sopra. L’ho preso, aveva gli occhi sbarrati, era freddo come il ghiaccio. La sua Ecuba era già sul fondo del mare, probabilmente. Lui era là, freddo, era immobile, rigido come le pietre, sullo scudo di un Ettore che chissà quale guerra ha perso. Diotallevi, ti auguro di non trovarti mai un bambino morto vicino al motore della barca.”
Squilla il telefono. Armando sta male. Gli gira la testa. Si immagina un giovane Luigi in barca con il nonno. Gli occhi suoi dentro gli occhi del piccolo Astianatte. Il mare, il salvagente arancione, la confusione, il gelo. Ha freddo. Un brivido gli percorre la schiena. Chi era quel bambino? Perché era morto?
“Anna…? Mi senti?”, Luigi impallidisce, “non si è riuscito a fare niente? Anna? Ehi? Chiamare chi? …casa? Mi senti?”, l’uomo attacca, prende in fretta il marsupio, fa per uscire.
“Signor Luigi, un’ultima domanda, per favore…”, Armando si sente sempre più debole.
“Sì? Veloce però.”
“Quando è successo?”
La nebbia si impossessa del salotto. Luigi si confonde nella mente di Armando, si moltiplica e si divide. Non sente più nulla. La bocca di Luigi si muove a vuoto. Si sente chiamare. “Diotallevi?”. E poi una voce. Una voce di donna. Esce dalle labbra dell’uomo.
“Sta succedendo proprio ora.”
Armando perde i sensi. Quanto gli ricorda casa, questa carta da parati verde.

Elisabetta Spanò

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