Armando Pio Diotallevi e l’antracite

"Cara mamma, sono andato via. Non è per colpa tua. Vedi che la lavatrice l’ho stesa. Comunque non ti preoccupare che ci sentiamo, sono vivo, non chiamate i carabinieri, se sento il telefono vi rispondo. Forse torno, non lo so, ma state tranquilli che sto bene. Parto per cose più grandi di me. Ho rubato le caramelle della nonna. Mi dispiace, ma mi sarebbero mancate troppo. State tranquilli, davvero.
Armando Pio"

Armando ringrazia intimamente suo zio Francesco per avergli regalato uno zaino da campeggio in terza media. Lì per lì gli aveva fatto notare che lui non andava in campeggio e la madre gli aveva tirato uno schiaffo perché a caval donato non si guarda in bocca. Lui pensava che “Donato” fosse il nome del cavallo. Alla fine la mamma si era fatta ascoltare, allora aveva ringraziato e si era tenuto l’enorme zaino grigio e arancione. Armando non ha un grande guardaroba, riesce a mettere dentro quasi tutto, deve solo rinunciare ad un paio di vecchie scarpe modello-converse-ma-non-sono-converse nere e al gilet verde militare che a Sara piaceva tanto. Chissà come sta Sara. Non gli ha risposto, agli auguri di Natale.
È mattina, sono le cinque, ha quasi preso tutto. Gli mancano solo i soldi. Sulla mensola verde nella stanza verde (gli mancherà, forse, la sua stanza verde), c’è un salvadanaio a forma di mucca con il naso da maiale, regalatogli da Nonna Angela per il suo primo compleanno. Sperava di passargli un minimo di fortuna, l’ha fatto diventare taccagno. La parsimonia, però, l’ha ripagato, perché adesso ha abbastanza soldi per andare via. Non ha mai preso in mano il salvadanaio. Lo alza. È pesante. Deve romperlo. Lo lascia cadere. Sarà la polvere, sarà che è abbastanza resistente, ma rimane intatto. Riprova. Niente. Va in cucina, in punta di piedi, è lunedì mattina e suo padre ancora dorme. Recupera un mattarello nel terzo cassetto sotto i fornelli. Torna in camera da letto, vede la lettera sulla sua scrivania, la sposta sul tavolino del salotto. Ritorna in camera, mannaggia, ha dimenticato il mattarello sul divano, lo prende, finalmente entra e con un accenno di forza bruta spacca il salvadanaio sulle mattonelle. È di porcellana. Raccoglie i soldi, vanno da pezzi di un centesimo a banconote da dieci euro. Riempie il portafoglio, mette venti euro di sicurezza nelle scarpe, come i viaggiatori provetti, e va via. Uscendo dalla sua stanza pesta qualcosa di morbido. Lo recupera: è il tappo di gomma del salvadanaio che ha appena distrutto. Fa spallucce, sa di non avere un grande spirito di osservazione. Peccato per la mucca.
Si sente un supereroe quando si gira verso casa sua, dal marciapiede. Non l’ha mai guardata davvero. Controlla se ha messo tutto nelle tasche del giubbotto: il telefono c’è, un accendino pure, il portafoglio tintinnante anche. Lo sente pieno e sorride fra sé e sé, come se fosse il lupo di Wall Street. Non si accorge che quarantasette euro e trentanove centesimi, in diciassette anni, tenendo conto di tutte le festività e le celebrazioni dalla sua nascita, non rappresentano poi molto denaro. Fortunatamente i suoi stanno ancora dormendo. Cammina velocemente verso la stazione. Fa freddo, ma è emozionato. Non si è portato dietro nulla di Raffaella Carrà, e ci rimane male. Eppure è proprio per lei che è partito.
Forse avrebbe dovuto dirlo a Silvio. O magari a Stella, anche se non l’ha vista proprio in queste vacanze. Magari sarebbe fuggita con lui, come in quelle folli storie d’amore, miscugli tra John Green e le biografie degli esploratori. Sorride. Gli piacerebbe, ma è troppo piccolo per guidare, non sarebbe una vera fuga d’amore in autobus.
Armando Pio Diotallevi ha un po’ di dubbi da risolvere. Non è molto organizzato, sa solo che non vuole più stare a casa. Anzi, non può più. Per uscire da Campo Collina non ha abbastanza soldi, ma può arrivare al suo centro. Deve trovare il pullman giusto.
Non è mai stato al centro, dove ci sono le grandi banche, i licei con le vetrate, la metropolitana, i musei, le scale mobili, i senzatetto, le mille stazioni, le biblioteche. È emozionato, e sa che nessuno dei suoi lo cercherebbe mai lì. Si siede alla fermata, passa un autobus poco dopo. Non è in orario, ovviamente, è quello che doveva passare prima con mezz'ora di ritardo. Fa il biglietto per la fermata più lontana possibile, dove c’è una piccola università, la migliore dell’est di Campo Collina. Solo andata. Spende sette euro e cinquanta, si siede e aspetta, ci vogliono circa tre ore. Si addormenta quasi subito, tenendo stretto il suo zaino. Seduto ai sedili alla sua destra, poggiato al finestrino e speculare ad Armando, c’è un uomo con la giacca antracite, pelato. Ha il naso grande, una specie di cartelletta con la tracolla e il portamento da nobile. Fissa con gli occhi piccoli e scuri il ragazzo avviluppato al suo zaino. Maledetti ragazzi vagabondi di oggi, si dice, chissà quanta droga avrà là dentro. Se ne parlerà sui giornali. Quasi quasi gli fa una foto. Al massimo la vende a qualche testata locale.
Armando ha il sonno pesante e non sente il click della macchina fotografica. C’è Raffaella che parla. Non è lei, è quella luce che ha sognato l’altra notte. “Svegliati”, gli dice, “svegliati, Armando Pio”. “Hai imparato”, risponde lui. “Smettila, idiota, e svegliati, c’è qualcuno che ti osserva. Fai attenzione, Diotallevi”. La luce verde lo acceca e Armando si sveglia all'improvviso. Si guarda intorno. C’è solo una ragazza che dorme, qualche sedile più avanti. Ha la bava alla bocca e i capelli ricci e legati, le sono caduti gli occhiali sulle ginocchia. Stanno per ripartire da una sosta, mancheranno altre due o tre fermate, pensa Armando, perché il pullman è quasi vuoto. La voce della Carrà questa volta si è sbagliata, però. Che abbia sbagliato anche sul suo destino eroico? Ormai è troppo tardi. Controlla l’Alcatel, nessun messaggio, nessuna chiamata. Neanche dietro, agli ultimi posti, è rimasta molta gente, solo una donna con una scatola di cartone piena di bottigliette d’olio e di sottaceti. Niente, nessuno lo sta guardando, a parte l’uomo in completo antracite, da sotto il pullman. Vede il ragazzo che si agita. Stupido ragazzo. Ha un’idea. Controlla l’orologio da polso. Torna a fissarlo. Guarda in alto, ma la schiena e il collo rimangono rigidi. Il pullman riparte. I due si rivedranno, ma Armando, ovviamente, non lo sa.

Elisabetta Spanò

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