Cronache di Campo Collina,  Società

Armando Pio Diotallevi e i calzini appaiati

Nonna Angela col cibo ci sa fare. Con le persone un po’ meno, ma Armando la stima lo stesso, e comunque mentre mangia le sue tagliatelle non ci fa caso: in questo momento, forse solo in questo, è la nonna perfetta. Magari non solo in questo, anche quando fa gli involtini di verza, ad esempio. È brava. Maria Carmela invece legge benissimo ad alta voce. Armando lo sa perché ogni tanto è obbligato ad andare a messa e lei è sempre la prima a declamare le parole antiche e ovattate delle lettere cristiane. Se la cava alla grande, ad Armando piace ascoltarla, in particolare per le sue erre rotonde e confuse. A suo padre, Giovanni, hanno sempre dato fastidio. Armando lo sa perché ogni volta che la madre cerca spezie (rosmarino, zenzero, prezzemolo, peperoncino e cardamomo) lui storce il naso e socchiude gli occhi, come quando al TG parlano di gossip, sopportandola silenziosamente. Si ameranno ancora per sopportarsi silenziosamente, se lo ripete spesso Armando, quando pensa alla possibilità che si lascino. Non riesce ad immaginare i suoi genitori separati, anche adesso che è quasi un uomo: gli sembrano troppo diversi per stare lontani e abbastanza simili per non distruggersi vicendevolmente. Giovanni sopporta le erre grassocce di Marì Carmela e lei sopporta i suoi calzini fuori dal cesto dei panni da lavare. Forse è questo un gesto eroico. Dovrebbe parlare ai suoi del sogno di stanotte.
“Mamma, papà, nonna…”
“Armando?”
“Devo dirvi una cosa.”
Maria Carmela rimane col fiato sospeso. “Non mi dire che è davvero come dice Giovanni”, pensa. Giovanni socchiude gli occhi, come quando Maria Carmela cerca le spezie.
Nonna Angela, tra sé e sé si fa il segno della croce.
“Ho fatto un sogno stanotte.”
Maria Carmela alza gli occhi al cielo, Giovanni sospira di sollievo, Angela torna a succhiare l’acqua rimasta sul fondo del bicchiere convinta che ce ne sia ancora. Per poco non perde la dentiera.
“Ah, era bello?”, chiede il padre, senza capire dove voglia andare a parare il figlio.
Armando fa spallucce. “Non è che era bello”, biascica, “ma il sogno dice che diventerò un eroe.”
“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire del mondo”
“Questo era Gandhi”, risponde Maria Carmela al marito, pronta. I due si sorridono.
“Vabbè, era solo un sogno”. Armando continua amareggiato a mangiare. Non interessa a nessuno.
Giovanni sospira. Si ricorda quel bel centodieci e lode in filosofia. Riuscirà a fare un discorso serio con suo figlio scemo? Perché non provarci?
“Vedi, Armando… tutti noi sogniamo di cambiare il mondo in qualche maniera. Bisogna partire dai piccoli passi. C’è chi ce l’ha fatta, Gandhi, Mandela… provaci anche tu”.
Armando Pio Diotallevi il nuovo Gandhi? Anche Giovanni si vergogna a dirlo, ma deve per forza. È pur sempre suo figlio, anche se lui non si è mai sbrodolato così tanto bevendo di fretta l’aranciata. Storce il naso.
“Sì… magari devo solo partire, no?”
Angela tossisce. “Ce l’ho io un’idea”.
Il nipote la guarda smagliante. Quasi quasi lei si sente in colpa. Però s’è proprio seccata di quei vagabondi dei parenti.
“Sì?”
“Sì, a nonna tua, perché non m’aiuti a lavare i piatti?”
Armando si alza, pronto. Nonna Angela è nel giusto. Bisogna partire dal basso.
Non lascia neanche il tempo alla madre di finire di sputacchiare i semini dell’uva che recupera tutti i piatti e li porta nel lavello correndo così veloce da farli tremare. Non è pratico, ma può imparare. Prende la spugna, la imbeve di Svelto verde e comincia a strofinare.
“NO, NO, ARMANDO!”, corre dietro Angela gridando, “così mi finisci il sapone, devi pigliare la bacinella. Così”. Tira fuori da sotto il lavandino un recipiente bianco, lo riempie di acqua tiepida e qualche goccia di sapone e ci mette dentro i piatti. “Mo’ li insaponi e poi li sciacqui belli belli. Mettili là come finisci”. Apre l’angoliera vicino al tavolo: sui ripiani ci sono dei fogli di giornale per proteggere il legno. Li sistema e torna a sedersi. “Già che ci sei fai pure un poco di caffè”.
Nel giro di due giorni Armando diventa un casalingo d’eccezione. Fa il caffè, che però quasi mai piace al padre che sbruffa e lo lascia a metà, spolvera, ma mai troppo a fondo per la nonna, e spazza. Mette in ordine il salotto, sposta i tavoli… nella sua testa la voce della Carrà, e i suoi sempre seduti. Porta giù anche i rifiuti ingombranti, pure il forno a microonde che si è bruciato, e mentre scende le scale gli cade sul piede.
“A posto, Armà?”, gli fa il padre, gridando attraverso la porta aperta, dal divano.
“Sì pa’, a posto”. Non è vero. Si è fatto male. Ma lui è un eroe.
Porta il microonde giù e lo lascia sotto la tettoia. Risale in fretta: deve appaiare i calzini.
C’è un tavolo grande dove la madre tiene il bucato appena raccolto. È ruvido, e spesso la lana dei maglioni rimane incastrata nelle schegge di legno. Armando ha una montagna di calzini da piegare. Li divide per colore, poi per misura, infine per tessuto. Uno, due, tre paia. Arriva a sedici, a venti. Ma che giorno è oggi? Gli fa male l’alluce. Trenta, trentacinque paia. Possibile che ce ne siano così tanti? Ha sonno, sono le undici e mezza passate, ma si fa forza. La madre lo ringrazierà… aspetta. Non lo farà. Non le andrà bene, proprio quello che fa lui, che mai s’è lamentato di lei. Neanche un sorriso. Se ne rende conto quando ripensa all’ultima settimana di pulizie e faccende di casa. Di solito la mamma e la nonna si davano una mano a vicenda. Invece nessuno lo aveva aiutato. Pensa alla erre di Maria Carmela. L’ha sentita solo in chiesa. Mai accanto al suo letto, d’inverno. L’ha origliata attraverso la parete collegata alla camera di Marco Antonio. Quella erre, così bella, non è mai stata in una fiaba per lui. Solo per la chiesa e per il fratello minore. E il padre? Che brutto quando il padre lo guarda e socchiude gli occhi, perché gli fa schifo. O quando suo fratello si vergogna di essere tale. Armando piega le ultime calze.
Si rende conto che nulla è cambiato. Sempre gli stessi modi, le stesse parole. Lui mai abbastanza. Ha capito. Forse l’avete capito anche voi: arrivato alla fine del bucato, con il piede sanguinante e la schiena distrutta, Armando si rende conto che per la sua famiglia non sarà mai un eroe.
Per qualcun altro forse sì, però.
È ora di scappare di casa.

Elisabetta Spanò

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