Armando Pio Diotallevi e il sogno

Fa più freddo del solito. Fa così freddo che Armando non riesce a trattenersi e apre gli occhi. Di solito ha il sonno pesante, nessuno riesce mai a svegliarlo, ma stanotte l’inverno ha avuto la meglio e non può fare a meno di alzarsi per accendere la stufa. Anche il pavimento è gelido, ed è inaspettatamente ruvido. Strofina i piedi contro le mattonelle, ma non ne trova i contorni. Fa spallucce, sarà colpa dei suoi alluci, vittime di qualche brivido di troppo. Due passi. Si abbassa cercando la manopola del termoventilatore. Non lo trova, si sbilancia e perde l’equilibrio. La mano dà un batti cinque alla ceramica. L’avrà presa Marco Antonio, si dice. Ladruncolo moccioso. Sospira. Recupera a tentoni la vestaglia che ha lasciato sul comodino. È blu, è morbida, è quasi elegante. Gli piace. Sorride al buio. Sbadiglia, si stiracchia, piega le ginocchia per sedersi sul letto.
Le sue natiche non trovano il letto. Cade.
Armando cerca nel buio il materasso, ma le dita sembrano fluttuare nel nulla come astronauti dispersi nello spazio aperto. Impreca. La voce rimbomba.
Si alza a fatica. Il pavimento è diventato ancora più freddo. Scivola, ma recupera.
“Ma è ghiaccio…?”, sussurra. Il mormorio sembra moltiplicarsi ogni volta che si schianta contro le pareti della stanza. Il ragazzo comincia a tremare.
Armando Pio Diotallevi ha avuto davvero paura solo due volte durante la sua vita. Se le ricorda nitidamente. La prima, a tre anni, della fata de la “Bella e la Bestia”. La vecchia bacucca all'inizio del cartone animato faceva decisamente più impressione della Bestia, gliel'aveva detto lui a nonna Angela, mentre lei gli raccontava aneddoti truci della guerra urlandogli contro che c’erano ben altri motivi per cui piangere.
Avanza nell'oscurità. Da qualche parte c’è la sua sedia, sarà vicino alla scrivania, come al solito, girata verso la finestra. Ma dov'è la finestra? Da quel lato, gli pare. No, niente. Continua a camminare, dovrà pure inciampare in qualcosa. Uno, due, tre, quattro… nulla. La sua stanza è vuota.
La seconda volta in cui Armando Pio Diotallevi ha avuto davvero paura è stata quando hanno tamponato la macchina di sua madre nel parcheggio del supermercato. Aveva sette anni, era seduto dietro. Maria Carmela l’aveva chiuso dentro ed era andata a prendere giusto due cose, il tempo di una partita a Tetris, poi l’avrebbe portato a casa di Sara. Un tizio con la cinquecento aveva preso il cofano in pieno mentre faceva manovra e Armando era caduto in avanti sbattendo la testa contro il freno a mano. Non ci pensa quasi mai a quella brutta faccenda. È successo lo stesso giorno in cui ha conosciuto Silvio, quindi se la ricorda come una bella giornata, tutto sommato. Questa, invece, non è una bella nottata.
“ARMANDO”.
Sobbalza.
Qualcuno ha parlato. È una donna, ha la voce forte, il timbro caldo, è come… è come se la conoscesse.
“ARMANDO”, di nuovo. È sicuro di conoscerla.
C’è una luce che trema ogni volta che la donna parla. È verde, e Armando la sta guardando.
“ARMANDO!”, grida.
“Innanzi tutto,” biascica lui, “stai calma. E poi, mi chiamo Armando Pio!”
“Allora, Armando Pio Diotallevi, ASCOLTAMI!”
Dove cavolo l’ha sentita? Se lo chiede mentre osserva la luce che danza come un’aurora boreale in un video a velocità aumentata.
“Che c’è?”
“Sei in un’altra dimensione. Non è ora di tornare a dormire, è inutile che continui a sperare di trovare il letto.”
Ecco, chi è. È Raffaella Carrà.
“Ci sono tante cose che devi scoprire, ma solo una che posso dirti io.”
Raffaella Carrà, sì, questa è lei. Ma perché è nella sua stanza? Sempre se questa è la sua stanza…
“Tu sei destinato ad una grande impresa. Devi prepararti, Armando Pio.”
“Come scusa?”
Raffaella Carrà sbruffa. La luce manda scintille. Tutto intorno è buio, ad Armando sembra di essere sospeso nel buio. Si guarda per un secondo gli alluci. Sembrano blu.
“Hai sentito perfettamente. Devi prepararti, il destino ti chiama.”
“Raffaella… ma…”
“Che? Chi è Raffaella?”
“Tu, non sei la Carrà?”
“No io sono la tua coscienza, ignorante. Non vedi che sono una luce verde? Ti sembro bionda, bella e atletica?”
“La voce è quella.”
Dalla luce nascono nuove scintille.
“Non mi distrarre.”
“E chi dice niente”.
Armando sta tremando, anche se non sembra. E gli scappa la pipì. Deve assolutamente fare la pipì.
“Tu hai un compito importantissimo. La sorte di tanti è nelle tue mani. Diventerai un eroe, Armando Pio Diotallevi.”
“Che? Io? Un eroe? Sei sicura? Cioè lo sai che io ti ascolto sempre, ho i tuoi poster in camera da letto però mi pare un poco assurdo…”
“NON SONO RAFFAELLA CARRÀ!”, la luce verde acceca Armando.
“Scusa, scusa. Ma vedi che io, davvero eh, non è che faccio chissà che cosa. Non sono nemmeno così sfigato da essere, che so, Spiderman.”
“… non ne sarei tanto sicura. Comunque sì, sei un eroe. Rassegnati. Addio, Armando Pio”.
Il bagliore scompare. Il pavimento torna caldo. Che vuol dire che è un eroe? Dov’è? Deve fare pipì. Guarda, ma quella non è la lucina rossa del termoventilatore? Eccola. Ci sta arrivando, mannaggia, inciampa nella scrivania. È tornato in camera sua. Deve andare in bagno, deve muoversi, corri, corri…
“Armà? Armà? Pio? Svegliati!”.
Armando Pio Diotallevi apre gli occhi. C’è nonna Angela seduta accanto a lui. È più arcigna del solito. Puzza di fritto. È giorno, la serranda è alzata.
“Nonna, che… che ore sono?”
Angela lo guarda. Ha gli occhi che sembrano lame. Sorride. Ha dimenticato di mettere la dentiera.
“Devo andare in bagno…”
Lei non si alza. Socchiude gli occhi. Si avvicina al nipote, poi si allontana.
“Alzati, che è pronto a tavola.”
Armando è troppo stordito per rispondere. Annuisce. Guarda nella direzione dove c’era la luce. C’è un cartellone di Raffaella Carrà negli anni di Pedro appeso alla parete. Scuote la testa.
“Armandello di nonna”, gli fa Angela, tutta d’un fiato, “non c’hai bisogno d’essere un supereroe per levarti dal letto, che dici?”
Armando la guarda, scombussolato.
“Già, nonna, già”.
Si alza. Un eroe, eh?
Sì. Ma prima la pipì.

Elisabetta Spanò

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