Armando Pio Diotallevi e De Gregori

Silvio è troppo alto per stare comodo su quella panchina. Tiene le gambe lunghe, dritte davanti a sé, il sedere lontano dallo schienale e le spalle curve come una chiocciola. È seduto in una piccola piazzetta pavimentata di grigio ed indaco. Sta guardando il sole che tramonta dietro le case e pensa al libro che vorrebbe comprare a sua mamma per Natale.

Davanti a lui, con le mani ficcate nel fondo nelle tasche, Armando va avanti e indietro, sbruffando. Quattro passi, saltello, giravolta, quattro passi, saltello, giravolta, quattro passi, saltello, giravolta. Le scarpe nere sono come Geox con l’aria condizionata, nel freddo di quel primo dicembre a Campo Collina, e il suo giubbotto lucido modello Omino Michelin è voluminoso ma non trattiene il calore, tanto meno la puzza d’aglio delle sue ascelle adolescenti. Quattro passi, saltello, giravolta, quattro passi, saltello, giravolta.

“Che c’è?”, gli chiede Silvio, avvolto dal cappotto grigio e dalla sua calma fastidiosa.

“Non passa.”

“Stella?”

Armando Pio Diotallevi interrompe il suo balletto, si gira di tre quarti verso l’altro e la testa eclissa il sole che tramonta. Trafigge le lenti dell’amico con gli occhi.

“No, mica Stella, dicevo il tempo che ogni tanto fugge e ogni tanto s’addormenta”.

Riprende a camminare.

“Come fai a sapere che è qua?”

“Me la sento.”

Non è vero, assolutamente: Armando Pio Diotallevi non è un veggente, non ha alcun senso particolarmente sviluppato e non è nemmeno Sherlock Holmes. È solo troppo orgoglioso per ammettere di aver letto sul profilo Facebook di Stella che sarebbe andata a mangiare la pizza con le sue amiche dall’altro lato della strada.
“Social, no?”

Torna a fermarsi, dando le spalle a Silvio. Ringhia.

“I social rovinano l’identità di chi li usa.”

“Hai mille amici su Istaggram, ipocrita”, risponde Armando.

“Su Instagram, in, con la enne, si chiamano follower, non amici.”

“Sei ipocrita comunque.”

Ricomincia il giro. Silvio si concentra sulla pizzeria.

“Quella là?”

Armando guarda il marciapiede. Scuote la testa. È una ragazza che fa jogging, con la bocca aperta. È vestita di giallo evidenziatore. Armando si chiede perché le persone debbano vestirsi con colori fosforescenti per correre. Se corresse lui si vestirebbe di fucsia per farsi vedere da tutti e urlare che è una persona attiva e salutista. Anche perché sarebbe una cosa da mostrare al mondo, se andasse a correre.

Armando è stanco. Non cammina mai così tanto, ma vuole aspettare un altro pochino.

“E Cesare, seduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”, canticchia Silvio.

“Che è?”, Armando si siede accanto a lui, stremato.

“Alice non lo sa, di De Gregori, fatti una cultura. Quella?”

Passa una ragazza con i capelli ricci e lunghi, il cappotto bianco e gli anfibi. Sta fischiettando Beethoven e ha una busta della libreria dove sono ordinatamente sistemati gli spartiti per il pianoforte, ma Armando non lo sa. La ragazza va spedita e tiene stretto il telefono nella tasca, cercando di riscaldarsi le mani.

“Ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi”, continua Silvio con il secondo ritornello.

“Sempre quella?”

“Sì. Perché non la ascolti?”

“Non mi piace.”

Dall’altro lato della strada passa una donna bassa e cicciottella, con il giubbotto verde e stretto e la pelliccia all’orlo del cappuccio. Ha i leggins e gli stivaletti bassi. Silvio la indica con discrezione.

“Potrebbe, ma no. Lei è con le sue amiche.”

L’amico lo guarda contraddetto. Non gli sembra una bella donna, quella dall’altro lato della strada, quella che si sta riprendendo da una separazione improvvisa e porta la spesa ai genitori. Sono passati quaranta minuti.
“Ma nel frattempo non possiamo chiacchierare?”

“No. Non voglio.”

Silvio fa spallucce, e parte con un’altra canzone.

“L’uomo che cammina sui pezzi di vetro…”

“Smettila di cantare”

“E tu smettila di prendere freddo per una che non passerà mai. Io me ne devo andare, Armando. Sono le sette, mia mamma mi aspetta.”

“Pure la mia, per le sette e mezza, ma rimaniamo ancora.”

“Per?”, fa Silvio.

“Favore?”

L’amico accenna una risata.

“Nel senso per fare cosa, se la vedi?”
Armando non risponde.

Nella piazzetta con la ipsilon, nessuno dei due sa dove vada la ipsilon nel nome, non si ode parola. Si sente il sibilo delle macchine che passano, le luci della casa di un trentenne quasi disoccupato pieno di chitarre e di speranze inacidite si accendono nel condominio giallo dietro i due ragazzi.

“Andiamo via.”

“Eh? Fino a poco fa…”

“Non so che dire, Silvio. È inutile. Andiamo a casa. Tanto l’hai detto, no? Non passerà mai.”

Silvio si alza, soddisfatto. Ha freddo. Camminano, silenziosi.

“Come hai detto che si chiama?”, chiede Armando, scocciato.

“Che?”
“La canzone di De Gregori, quella di Cesare.”

“Alice non lo sa”

“Di che parla?”

Silvio sbruffa. “Non è un film, Armando, non posso dirti la trama.”

Armando, quasi controvoglia, sta ad ascoltare Silvio che canticchia.

Qualcosa in quella canzone gli piace. Non i gatti, non Cesare, e neanche De Gregori. Forse Alice. Sta pensando forte. Copre anche i rumori della strada, oscura le luci dei lampioni, annulla il freddo. A volte Armando pensa così forte che si sente una nuvola senza stelle.

“Ma quella è Alice.”

Armando sobbalza. Si gira verso Silvio, ma non c’è più. Ha svoltato, forse per andare alla stazione. Non ci pensa. Non potrebbe pensarci, pur volendo, perché nel buio della sua testa sono comparse due macchie di ghiaccio.

“Come scusa?”

“Quella è Alice, la stai canticchiando.”, ripete Stella, comparsa all’improvviso.

“Non ero io”, balbetta Armando, “era un amico.”

Stella fa spallucce. Non c’è nessuno a parte lui.

“Sei quello del pullman, Pio, se non sbaglio.”

“Armando Pio, veramente, Stella.”

“Ti ricordi di me, allora.”

“E tu di me.”
“Normale,” gli dice Stella, “sei sincero, e sinceramente brutto.”

“E tu sei bella, però”, Armando questo lo pensa, ma non lo dice. Ma vorrebbe.

“Tienimi il posto sul pullman, domani. Non sei così pessimo se ascolti Deg.”

Stella lo supera. Armando rimane immobile. Domani è sabato, lui non va a scuola. Vorrebbe dirglielo. Non ce la fa, gli tremano le gambe. Forse è il freddo. Armando è come Alice, non lo sa. Non sa neanche che Stella domani ci rimarrà male, quando dovrà sedersi da sola.

Elisabetta Spanò

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