Armando Pio Diotallevi e Barcellona4 min

di L'Obbiettivo

La luce dell’alba riempie la coda rossa di Sara di riflessi dorati. Si strofina le braccia avvolte nel parka verde, si siede sulla Roncato metallizzata e, mentre aspetta la navetta per l’aeroporto, suona We Will Rock You con un piede. Accanto a lei Armando sta giocando a Tetris. Armando ha un occhio più chiaro e uno più scuro, ma tra le due sfumature di marrone c’è una differenza così sottile che si nota solo se lo si guarda con molta attenzione, con così tanta attenzione che nemmeno lui se n’è mai reso conto, solo lei.

“Armando.”
“Ehi”, posa il telefono nella tasca del giubbotto modello omino Michelin, con grande sorpresa dell’amica.
“Sono agitata”.
“Pure io, venti minuti di ritardo Sa… perdi l’aereo. Hai vinto il biglietto per niente.”
Sara ghigna e sbuffa, tiene le braccia saldamente incrociate per evitare di picchiarlo.

“Faccio in tempo per l’aereo, sapevo avrebbe fatto ritardo l’autobus.”
Si alza, si avvicina al ciglio della strada e cerca i fari della navetta all’orizzonte. Niente. Torna indietro.
“Il fatto”, continua, “è che sto andando in Spagna, finalmente. Ho paura che non sia come l’ho sempre immaginata. Ci rimarrei male.”
Sono molto vicini. Il parka verde è caldo, il giubbotto di sottomarca è gelido. Armando si allontana. Decide che ordinerà una giacca nuova da internet.
“Alla fine niente è come ce lo immaginiamo, no?”
Lei scuote la testa. Si stringe ancora di più nelle braccia.

“Cioè, a volte è anche meglio. E poi a Barcellona ci sono tutte le case strane, il sagrato della famiglia…”
Sara scoppia a ridere. Le diventa il naso rosso e scompaiono le lentiggini schiarite dall’inverno.
“Quello che è, che ne so come si chiama…”
Sagrada familia. Grazie, ci voleva.”
Lo guarda per l’ennesima volta negli occhi marroni. Lui ricambia, per un secondo.
“Di niente”, dice, mica ha sbagliato di proposito. Che gli interessa di Barcellona?
“Comunque hai ragione. Sarà anche meglio. Ma mi mancherai.” Sara si avvicina ad Armando e poggia la testa sulla sua spalla. Ha le spalle odiose e appuntite, scomode nei viaggi lunghi. Ma a Sara piacciono.

Lui sente il profumo di lavanda della frangetta e il respiro delicato. Dovrebbe abbracciarla, ma non ha voglia di togliere le mani dalle tasche. Dall’altro lato della strada, al bar, una donna si pulisce disperatamente il mento dalla nutella e fissa con odio il cornetto assassino poggiato disordinatamente su un tappeto di tovagliolini. Non profuma come Sara. Non ha mai sognato di andare a Barcellona e probabilmente fa qualcosa di molto interessante, ma non balla e non scrive come Sara, non è bella e aggraziata come lei. E Armando nemmeno la conosce, anche se la guarda al posto di guardare Sara e le sue lentiggini, le sue clavicole, i suoi capelli senza doppie punte, le sue labbra fruttate. Non l’ha mai fatto.

“Non devo mancarti, Sara.”
Lei si alza dalla spalla avvizzita.
Armando abbassa le palpebre, ma non a lungo, perché nella sua testa al suo sguardo risponde un altro, azzurro come il cielo di dicembre.
“Divertiti e basta. Vai in Spagna, dove volevi, no? Fai tante foto e non pensare a Campo Collina.”
Sara chiude gli occhi, e vede quelli di Armando. Stanno annegando in uno stagno di rancore che deve prosciugare, giusto il tempo di salire sulla navetta. Maledetta ditta ritardataria.
Da una panda rossa scende un padre triste con sua figlia, la più grande, che deve partire per la Francia. Sono arrivati più tardi dell’orario stabilito, ma ancora dovranno aspettare. Lei ha due cappotti e tre paia di pantaloni: non vuole pagare in più per il sovrappeso del bagaglio.

“Armando, tu sei importante per me. Siamo cresciuti insieme, piangevo quando partivo per Natale, e stavo via solo due settimane. Non ti vedrò per un mese. Non posso farci niente.”
Si guardano.
“Tu hai gli occhi verdi.”
Lei li richiude. Ancora qualche minuto, poi dirà addio allo stagno.
“Sì. Da sempre, sai?”

Armando sembra non rendersi conto di quanto possa fare male una parola in più e un gesto in meno, forse perché la ragazza che ha davanti non gliel’ha mai insegnato mandandolo a quel paese, forse perché non parla mai con i suoi e perché Silvio pensa solo a sputare veleno su tutto il resto del mondo. Armando non ascolta mai. Né il suo istinto, né chi gli parla.
“Sono belli. Non me n’ero accorto.”

Lei non ringrazia. Va a cercare i fari dell’autobus, ma ancora niente, torna dall’amico. Il padre triste sta sistemando il cappuccio alla figlia. Guarda quant’è cresciuta. Un fiore sbocciato, ormai. Ha pure qualche ruga, ma no, si dice il padre, sono occhiaie, è il segno del cuscino, stanotte ha dormito male.
“Tu non ti accorgi di niente. Sembri solo, ti lamenti pure, e non ti rendi conto dell’amore che ricevi.”
Armando cerca di capire dove ha sbagliato.
“Non mi lamento”, sussurra. Ed è vero. Sembra solo come un cane, ma non si lamenta.
“E allora impara a rispondere”, Sara non ce la fa più, il padre triste la guarda, la figlia fissa la navetta che si avvicina. Armando si chiede se sia più giusto mentire per evitare di ferire qualcuno a cui si vuole bene o dire la verità, rischiando di fargli male prima del previsto.
“Mi mancherai anche tu, Sara.”
Si sente un clacson. Sara sorride, ma ha gli occhi lucidi. È stanca, ed è ancora mattina.
Gli si avvicina, si alza sulle punte dei piedi. Hanno le bocche così vicine che Armando sente l’odore forte del suo burro cacao alla ciliegia. E, dopo una vita, capisce.

Anche Armando si alza sulle punte, e scansa per poco il bacio di Sara. Poggia le labbra sulla fronte, in un freddo gesto paterno e, in fretta, indietreggia di un passo.
“Buon viaggio, ti voglio bene.”
Lei impietrisce per un attimo. Dietro, la navetta si ferma. L’autista scende e posa la Roncato nel portabagagli. Sara sale sull’autobus, paga meccanicamente il biglietto. Armando la vede sedersi, ma lei non guarda fuori dal finestrino. Ripartono.
Armando si avvia verso casa, lentamente, e pensa ad una cosa sola. Gli manca. Ed è appena andata via.

Elisabetta Spanò

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