Armando Pio Diotallevi e Babbo Natale5 min

di L'Obbiettivo

Armando sta scomodissimo. La sedia instabile foderata da poco di vecchio velluto verde cigola sotto il suo fondoschiena e ad ogni bambino che passa sembra cedere un po’ di più. Gli prudono le guance e gli suda la testa sotto il cappello rosso lacca. Quei riscaldamenti così alti nel centro commerciale sono inutili, si dice, e se Babbo Natale esistesse non verrebbe dalla sua fresca casa in Polo Nord in questo posto sciatto, confusionario e dove c’è un ragazzo senza soldi e senza fortuna che lo imita e si fa foto con i bambini. Come è diventato l’idolo dei bimbi occidentali, Armando Pio Diotallevi non l’ha ancora chiarito con se stesso. Sa perché l’ha fatto, ricorda di essersi proposto al parcheggio per bambini allestito appositamente per le festività natalizie, non capisce solo come abbia potuto ragionevolmente accettare quel costume con tanto di pancia finta e sacco dei regali in polistirolo e carta stagnola e, soprattutto, barba bianca di plastica di scarsa qualità.
Perché si è trasformato nel vecchio più amato dai bambini? Perché nonna Angela gli ha fatto notare che farsi prestare i soldi per farle i regali non è un’idea valida. Come gliel’ha fatto notare? Al suo compleanno ha iniziato a urlare che teglie da forno ne aveva abbastanza e che non aveva bisogno di commissionarne l’acquisto al nipote, aggiungendo anche il costo della spedizione. Allora Armando ha capito e si è trovato un lavoro. Un lavoro asfissiante, appiccicoso e pesante, come le frotte di bambini che gli saltano addosso per chiedergli dei giocattoli che i genitori sono corsi a comprare mentre erano distratti. La prassi è semplice: sorridere, bofonchiare “oh, oh, oh!” e intimare ai pargoli di rimanere bravi per altri dieci giorni. Tutto semplice. Ma poi arriva il Moccioso.
Il Moccioso, per Armando Pio Diotallevi, è il bambino della peggior specie: è quello che interrompe la madre urlando mentre lei sbriga affari per lavoro, quello che risponde sempre al posto degli altri a scuola, quello che dice i segreti dell’amichetto all’asilo, quello che rovescia a terra l’acqua e poi si mette a ridere mentre il padre asciuga. Ed eccolo che sfila tra la folla, con addosso il suo piccolo parka, i suoi piccoli riccioli biondi, i suoi piccoli denti da latte, la sua stridula voce da cucciolo d’uomo di sette anni, il suo piccolo rivolo di muco che gli è arrivato al labbro superiore. Ecco arrivare, insomma, la rappresentazione perfetta di un Moccioso. Si chiama Simone.
Armando Pio Diotallevi sta ascoltando una bambina con i capelli lunghi, lisci come l’olio, raccolti in due code fermate da fiocchi che chiede una Barbie e la pace nel mondo, quest’ultima giusto per non fare brutta figura. Il Babbo Natale in erba le prova a spiegare che il mondo è sempre stato in conflitto, che prima di sperare nella pace assoluta e universale bisognerebbe compiere gesti caritatevoli e che dovrebbe smetterla di tagliare le teste alle Barbie delle compagne di banco se vuole riceverne una tutta sua, ma la bambina sta sorridendo all’Iphone della madre e non gli sta dando più molta retta. “Dai, un’altra! Sorridi di più, amore!”, guaisce la madre, da dietro la transenna proteggi-spirito-del-Natale. La bambina non si leva di dosso, nonostante sia finita la chiacchierata, la madre non la recupera perché è troppo impegnata a postare la foto su Facebook, così arriva in soccorso l’elfo Clara. L’elfo Clara è la persona, se si può definire persona una specie di grigio e malandato esemplare d’uomo con la faccia cadente e la lingua muschiata, a cui è affidato l’incarico di sorvegliare il nuovo Babbo Natale, nonché la proprietaria dell’area bimbi. Ha gli occhi acquosi, il suo vestitino rosso puzza di fumo ed è dannatamente scortese con Armando. Gli ha detto che al terzo avvertimento lo caccerà fuori, e siccome prima gli è caduta la barba davanti a una scolaresca e adesso non è riuscito a levarsi la bambina dai piedi nei tre minuti previsti per ogni persona, ad Armando rimane un solo avviso, e il suo primo giorno di lavoro terminerà in un battibaleno. Ma prima è il turno di un bambino grassottello, con gli occhiali, timido e dai capelli neri e tagliati male che vorrebbe tutto dalla vita, meno che parlare con Babbo Natale mentre la madre lo fotografa senza guardarlo. “Oh, oh, oh”, gli fa Armando, “ciao, cosa vuoi chiedermi per Natale?”. Il ragazzino lo guarda, con le lacrime agli occhi, e sussurra con convinzione: “voglio scendere dalle tue gambe e non rivederti mai più”. Ad Armando scappa un sorriso, anche lui ha risposto in quel modo alla befana, nove anni fa. Aiuta il bambino a tornare indietro e aspetta il prossimo. È Simone.
I loro sguardi si incrociano.
Simone si avvicina.
Simone è un bambino curioso, il piccolo di casa, ed è sempre, interessato a tutto. Sta imparando a parlare in inglese e a suonare il violino, ma soprattutto tutte le maniere per rompere le scatole nei momenti meno opportuni e a tirare su col naso ogni trenta secondi circa.
“Oh, oh, oh, ciao, bel bambino, come ti chiami?”
“Simone. Ciao, tu chi sei?”
“Ma Babbo Natale, ovviamente!”, risponde Armando, con la convinzione di un elefante che prova a ballare il cancan.
“Non sei quello vero!”
“Oh, oh, oh! Ma come no? Guarda quanti regali, oh, oh, oh!”
“Hai la barba finta, e il vero Babbo Natale si chiama San Nicola e non ha il cappello rosso e non dice bugie in continuazione!”
“Ma dimmi”, fa Armando, tenace, “cosa vorresti, tu, per Natale?”
“Non posso dirtelo, tu sei finto.”
Armando sospira. Cerca di trattenersi, ma non ce la fa più. Abbraccia il bambino, avvicina la bocca alla sua piccola orecchia e sussurra le fatali parole.
“Hai ragione, Simone. Io non sono Babbo Natale. Io sono Armando Pio, e tu non sei un vero bambino. Un giorno crescerai, diventerai grande, invecchierai e alla fine morirai. Smetterai di essere un bambino fra quanto, cinque anni? Io i regali non li faccio ai bambini finti.”
Simone lo guarda, improvvisamente spaventato, si irrigidisce, il muco è scomparso tra le pieghe del costume rosso. In silenzio scende dalla sedia, guarda la madre bionda come lui e si getta piangendo fra le sue braccia. L’elfo Clara ha sentito tutto. “Fine dei giochi, Diotallevi. Fila via.”
Armando è arrabbiato. Non può spogliarsi davanti ai bambini. Si alza dalla sedia, con le cosce addormentate, e raggiunge in tutta fretta la libreria del centro commerciale, per riprendere fiato e capire dov’è la toilette del secondo piano. C’è tanta gente, uno scrittore parla del suo libro. Entra mentre si parla d’amore. Maledetto amore. Sara è in Spagna, non la sente da una settimana. Ed è colpa dell’amore. Guarda uno spettatore, gli fa cenno con il pollice di tagliarsi le vene, poi fugge via. Si libera in bagno della sua divisa da lavoro, prima e forse ultima, inciampa nel piede di un signore e finisce sul pavimento puzzolente e colloso.
Guarda l’artefice involontario dello sgambetto da terra, con gli occhi corrucciati in su.
“Buon Natale anche a lei.” Corre verso casa, senza i venti euro. Quest’anno si darà al bricolage.

Elisabetta Spanò

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