Armando Pio Diotallevi e le lacrime4 min

di L'Obbiettivo

“Ah no, guarda, mia figlia è appena tornata da Norimberga, non hai idea, guarda. Ha lavorato in un asilo tutto in legno, guarda, con giostre, parchi, biciclette da equilibrio… uno spettacolo, guarda!”.

Armando Pio Diotallevi ascolta con attenzione la signora molto alta che parla al telefono seduta accanto a lui. Ha cinquant’anni, un viso bellissimo, la pelle olivastra senza rughe, la voce calda e sensuale e le forme di una donna matura che sa come vestirsi. Se Armando Pio Diotallevi non fosse Armando Pio Diotallevi penserebbe: “uh, ecco cos’è una Donna con la D maiuscola”, ma siccome non è così, ha solamente notato che l’uso sfrenato di verbi come “guarda”, “vedi” e “ascolta” nei dialoghi non è necessario, anzi, li appesantisce, e in più non c’è assolutamente niente da guardare, visto che gli asili fantascientifici di legno sono a Norimberga. A Campo Collina, nel liceo accanto a quello di Armando, non si fanno compiti in classe da quattro settimane perché manca il responsabile dell’acquisto del toner, e senza toner non si può stampare e non si può fotocopiare nulla e quindi niente compiti. Bello? No, perché il responsabile dell’acquisto del toner è anche il responsabile dell’acquisto della carta igienica, dei detersivi, dei banchi, delle sedie, delle tapparelle e degli Swiffer Duster delle signore precisine dei laboratori al terzo piano. Ah, no, del secondo: il terzo c’è ma è inagibile. Quindi, si dice Armando, non c’è niente da guardare, a meno che non si cerchi “Non Campo Collina” su Google Maps. E, per inciso, Armando nemmeno la sta guardando la splendida signora alla sua destra. Lui guarda fuori dal finestrino. Intanto, siccome non sa a chi pensare, pensa alla Carrà. Pensa ai suoi capelli biondi, a Pedro e a Trieste e pensa che la Carrà sia proprio una donna bellissima. Ancora più bella di quella ragazza dai capelli castani e dagli occhi giganteschi che guarda lo schermo del telefono e si commuove perché una pagina Instagram le ha dedicato una lettera che le dice esattamente quello che si vuole sentir dire.

Piange poiché l’articolata epistola inizia proprio con “Cara Sofia”. Sofia, se non si fosse ancora capito, è il nome della ragazza dagli occhi giganteschi che piange davanti a quattro parole che le ha dedicato uno sconosciuto. “Rialzati, Sofia”, le dice l’eroe, “non meriti di abbatterti, anche questo momento passerà, la vita aspetta il tuo splendore. Sorridi!”. Sofia dagli occhi giganteschi non sa che il nome che porta lo portano anche circa altre diciannovemilanovecentosessantotto persone (anzi, diciannovemilanovecentosessantanove, ne è nata un’altra a Castrovillari ieri) e che quelle lettere sono state scritte utilizzando parole che vanno bene per chiunque, per fare sentire tutti amati o per avere qualche seguace in più. Non sa che se leggesse un altro messaggio scelto a caso da quella pagina coprendo il destinatario piangerebbe allo stesso modo. E non sa nemmeno che se al posto di Armando Pio ci fosse seduta Sara, quest’ultima capirebbe la situazione e la paragonerebbe ad una di quelle canzoni tristi di Laura Pausini all’inizio, tipo La Solitudine. Sara farebbe notare che a Sofia serve qualcuno che la osservi con amore e le dica quanto sono belli i suoi occhi o quanto è brava a disegnare, non delle parole che condivide con il resto del mondo in tutto e per tutto. Direbbe che l’unicità è l’unica caratteristica che ci accomuna e che dovremmo esaltarla per imparare l’uno dall’altro.

Se al posto di Sara ci fosse Silvio, confronterebbe le lacrime di Sofia con quelle della custode del laboratorio del terzo, no, secondo piano, che ha pianto davanti al preside perché non può pulire i computer senza lo Swiffer Duster. Decreterebbe che siamo tutti soli e sofferenti in questo mondo, che più in alto costruiamo le nostre torri di Babele piene di parole e maschere incomprensibili e più velocemente queste si distruggono. Se al posto di Silvio ci fosse Marì Carmela, sosterrebbe che il mondo è fragile perché siamo tutti troppo distanti da Dio. E se al posto di Marì Carmela ci fosse Dio… non lo sappiamo. Perché seduto a questo posto lato finestrino non c’è Dio, a meno che non sia invisibile in braccio al nostro protagonista, non c’è Marì Carmela, non c’è Silvio e non c’è Sara. C’è Armando Pio Diotallevi, che nota l’aspetto della splendida signora solo quando questa si alza per scendere. E quando la signora si alza per scendere, sale una persona terribilmente frastornata che non piange da quando in quinta elementare ha visto “La vita è bella” e che odia la musica, odia i film, odia i sentimenti e odia le lacrime, e si chiama Stella, ed è la seconda volta che Armando la vede, e proprio quando lei sale lui capisce di avere l’occasione perfetta per parlarle. Mica sa, Armando Pio Diotallevi, che quei due globuli rossi che gli rimangono sono concentrati sulle guance, e mica ha realizzato di aver appena dimenticato una strofa di Maracaibo. Mentre si interroga su come iniziare un’ipotetica conversazione con quel grumo di capelli e acne, il grumo di capelli e acne si rende conto che quel pallido cencio che occupa l’altra metà dell’unico posto libero in pullman non le farà mai provare alcuna emozione forte che non sia disgusto, per questo, approfittando della totale assenza di sex-appeal di Armando e notando la sua totale indifferenza, decide di sedersi con violenza accanto a lui.

“Ciao”, le dice il ragazzo schiarendosi la gola (deve avere qualcosa in gola, sennò perché ha la voce stridula?)

“Ciao.”

“Io sono Armando Pio Diotallevi.”

“Io sono Stella Dinatale. Il tuo nome fa più schifo del mio”.

Se Armando Pio Diotallevi fosse conscio di avere un’anima, questa uscirebbe allo scoperto proprio adesso e si farebbe una risata. Ma Armando Pio Diotallevi non solo non sa di avere un’anima, lui non sa proprio niente.

Allora: “Non ci giurerei. Manco tu scherzi.”

Sofia, nel frattempo, ha smesso di piangere.

Elisabetta Spanò

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