Armando Pio Diotallevi e il pranzo di famiglia4 min

di L'Obbiettivo

È il giorno di Ognissanti. Nonna Angela sta in piedi accanto al pentolone del ragù, pieno di polpette e grasso di maiale, e guarda trasognata la nebbia giallastra fuori dalla finestra. Lo scirocco bagna le mensole della cucina, il pavimento, il ciuffo scolpito nel gel di Marco Antonio e i ricordi di Giovanni Diotallevi, suo padre, che canticchia ripetutamente l’unico verso dell’unica canzone di Guccini che conosce. Marì Carmela tenta di convincere sua madre a firmare una petizione per tenere aperto uno dei due ospedali rimasti in periferia. Marco Antonio è al telefono che guarda le storie degli amici su Instagram. La famiglia si siede attorno al lungo tavolo di legno. Quando Nonna Angela alza il coperchio, la cucina si riempie di fumo e di odore di monotonia e sicurezza. Serve a tutti la pasta di casa, che le viene un po’ gommosa ma che per i nipoti è la più buona del mondo, e versa l’acqua rigorosamente tiepida, perché nessuno si ricorda più di bere piano, nei bicchieri di vetro buoni che se i nipoti lasciano ditate rischiano la mutilazione.

I pranzi di famiglia dai Diotallevi iniziano sempre e comunque con una discussione tra Nonna Angela e la sua figlia boccolosa e si concludono con la lite che ne deriva, mediata magistralmente da Giovanni Diotallevi, che da giovane ha studiato filosofia e se la regola. Sono pronte entrambe le signore di casa a un dibattito a tratti violento sull’ospedale. Marì Carmela è preparata da casa ad elencare tutti i motivi per cui avere un ospedale funzionante è indispensabile. Angela Lucifaro ha nascoste, tra la dentiera e le gengive, le argomentazioni necessarie per spiegare alla figlia che quello non è un ospedale funzionante, visto che la buon’anima della sua amica Santina, buon onomastico dovunque essa sia, si doveva comprare la soluzione salina per le flebo e le siringhe per le punture. Giovanni Diotallevi, dopo aver calmato le acque, sarebbe arrivato alla conclusione che non si dovevano solo fare manifestazioni per tenerlo aperto, l’ospedale, ma anche per farlo funzionare correttamente. Le due donne ritardano ad iniziare la conversazione, e Angela si rende conto che Marco Antonio ha qualcosa che non va. Gli chiede che ha.

“Ieri m’hanno detto una cosa brutta.”

Marco Antonio ha quindici anni, è il cocco della nonna, della mamma e del papà, per questo in un battito di ciglia tutto si ferma intorno al biondo.

“Amore mio, chi?”

“Certi. Di un altro gruppo.”

“Ma che ragazzi maleducati, ma possibile che al giorno d’oggi chiunque sia gentile debba aver paura di…”

“Marì, non sai nemmeno che è successo, lascialo parlare, no? Che hanno detto?”, interviene Giovanni.

Marco arrotola le tagliatelle sulla forchetta e beve un po’ d’acqua. Si gira verso la madre e arrossisce.

“Ero con Ludovica…”

“Quant’è bella quella figliola!”, sorride Nonna Angela. La figlia le fa cenno di stare zitta e di non interrompere.

“E dei ragazzi mi hanno detto che è inutile che faccio finta di stare con lei che tanto si sa che sono gay.”

Marì Carmela inspira, sbianca, poi diventa verde, sembra improvvisamente colpita dallo scirocco e inizia a sudare. Si asciuga la fronte unta con un pezzo di Scottex.

Giovanni strabuzza gli occhi da dietro gli occhiali. Nonna Angela continua a mangiare.

“Come si permettono di dire una cosa del genere a mio figlio?”, batte un pugno sul tavolo, “Dovrebbero vergognarsi, ragazzi maleducati, falsi, che calunniano le persone a gratis!”

Giovanni le accarezza la spalla per tranquillizzarla.

“Che vergogna!”, strilla Marì Carmela.

“Mamma, e ja, sono cose che si dicono, finiscila mo’.”

“Io? No, non la finisco! Io, donna rispettabile, che ha messo tutta se stessa per far crescere i figli nel miglior modo possibile che si vede rivolto un insulto del genere? DIMMI IMMEDIATAMENTE CHI ERANO QUEI RAGAZZI!”

“Buh, manco li ho visti tutti.”

Giovanni continua ad accarezzarle la schiena.

“Maria, sono parole al vento, tranquilla. Cose tra ragazzi. Non sanno quello che dicono. Lasciali perdere. L’importante è che Marco Antonio sappia che sono solo sciocchezze e bugie, e che non stia ad ascoltarli, vero? Cerca di stare calma, che ti prende qualcosa. Te la sei presa la pillola della pressione stamattina?”

Lei è adirata, da verde è diventata rossa, vorrebbe alzarsi e prendere i ragazzini a legnate. Non si aspettava un insulto tanto grave.

Angela Lucifaro guarda una foto in bianco e nero, ovale, appesa alla parete. Ci sono lei e suo fratello, Giordano, da giovani. Sa solo lei cosa c’era scritto nella cartella clinica del manicomio del suo fratellino. Marì Carmela nemmeno ha idea dell’esistenza del fascicolo.

“Armando, e tu che dici?”, chiede Giovanni a suo figlio maggiore, che nel frattempo è arrivato alla terza polpetta e al secondo piatto di pasta.

Armando Pio Diotallevi si pulisce la bocca con il dorso peloso della mano e guarda negli occhi il padre.

“Che dico, io? Che c’è di peggio.”

Nonna Angela, per la prima volta, ascolta il figlio di Marì Carmela.

“Nel senso, no, gli hanno detto che è gay. Non gli hanno detto che ha ammazzato qualcuno. Non gli hanno detto che l’hanno scoperto a rubare ad un senzatetto o a girare nudo ubriaco per la città. O a rapire bambini. Era peggio, no? Gli hanno detto che è gay, no? E che c’è, e se gli dicevano che l’hanno visto con una maglietta con scritto Auschwitzland che girava per la strada insultando migliaia di morti?”

Marì Carmela trasalisce, si alza e scende di corsa a casa sua. Giovanni la segue, ma prima tira uno schiaffo al figlio maggiore. Marco Antonio se ne va, già distratto.

Armando rimane seduto al tavolo, accarezzandosi la guancia colpita.

Angela Lucifaro lo guarda per un po’, poi lancia un’occhiata a Giordano in foto, cerca qualcosa nelle tasche del grembiule.

“Arma’. Pigliati una caramella.”

Giusto per oggi.

Elisabetta Spanò

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