Armando Pio Diotallevi e il piccolo naviglio

I boccoli di Silvio graffiano le pareti verde menta della camera di Armando. È stravaccato sul suo letto, con le braccia lunghe incrociate sotto il collo. Si sistema gli occhiali rossi sul naso aquilino e sospira.

“Che c’è?”, fa Armando, guardandolo.

“Pensavo.”

“Al solito.”

“No, no, pensavo a ieri.”

“Che è successo ieri?”

Silvio si mette a sedere sbraitando e gli rimane un ricciolo morbido dritto dritto sulla testa.

“Mi sento un elefante in un lago di pesci rossi.”

“Eh?”

“Ti scordi tutto. C’eri anche tu, idiota.”.

Armando non sa se quella di ieri è una cosa da dimenticare o meno, ma improvvisamente si sente in colpa perché lui non era riuscito a ricordarsela. Si concentra. Si ricorda che erano andati a prendere una cioccolata calda in un bar appena aperto. Il proprietario aveva uno strano cappello mezzo moscio in testa e c’erano i tavoli di legno, le travi a vista, poltroncine al posto delle sedie e finestre gigantesche e luccicanti. Si ricorda che una cioccolata calda costava sette euro e un caffè tre, e che a volte chi si sedeva dava un’occhiata al menu, diceva “che ingiustizia” e usciva. Si ricorda che c’era una coppia di novelli sposi seduti ad uno dei tavoli tondi e scuri, che lei aveva i capelli freschi di parrucchiere e lui la pelle delle guance liscia, liscia come solo quella di chi usa i Wilkinson tutti i giorni. Si ricorda che i due avevano preso due tortine Sacher e due cappuccini, per un totale di dieci euro a testa, e che avevano iniziato a schiamazzare perché lei non riusciva ad utilizzare la forchettina e le cadevano briciole sul vestito firmato. Un bel vestito, blu lapislazzuli.

Si ricorda le risate acute della donna, il proprietario e i camerieri che si guardavano senza dire nulla. Si guardavano male, è vero, ma i clienti continuavano a mangiare tranquilli, mentre Armando e Silvio ordinavano due bicchieri d’acqua, un euro ciascuno, ripetendosi che non sarebbero mai più tornati in quel posto. E poi era arrivato un fulmine, e aveva iniziato a piovere. Nessuno si curava della pioggia, in quel locale climatizzato, e la coppietta continuava a ridere. Nessuno si girava verso di loro. Tutti mangiavano. Nessuno si curava della pioggia tranne una mamma riccia e preoccupata, con un bambino in braccio, che non sapeva dove ripararsi. Era entrata nel bar, senza sedersi, aveva salutato educatamente e aveva chiesto una bottiglietta d’acqua, giusto per prendere qualcosa e poter rimanere dentro fino alla fine della tempesta. Un cameriere gliel’aveva portata, lei aveva pagato i due euro e aveva aspettato in piedi davanti alla porta, asciugando il figlio fradicio. Si malediceva per aver dimenticato l’ombrello. E mentre l’asciugava, in piedi, il piccolo aveva cominciato a piangere. Tutti si erano girati verso di lei, tranne Armando, perché stava centellinando il suo costoso bicchiere d’acqua. La mamma riccia aveva provato a calmarlo, dondolandolo, sussurrandogli la storia del piccolo naviglio che non sapeva, non sapeva navigar. E quegli attimi sembravano infiniti, il bambino non si addormentava, nessuno rideva più, la pioggia continuava a battere.

Il proprietario aveva guardato la coppietta improvvisamente silenziosa, indignata da quel bambino che piangeva. E avevano lo stesso sguardo il vecchio scrittore da dietro il suo Mac, lo chef stellato con gli occhiali Gucci, la prof di economia. Il proprietario allora si era sistemato il cappello moscio e si era avvicinato alla donna, intimandole di uscire. Lei gli aveva chiesto di poter rimanere giusto un altro po’, che avrebbe calmato il bambino, non chiedeva di aspettare l’arcobaleno, voleva solo che diminuisse la pioggia, altrimenti sarebbe diventata lei il piccolo naviglio in mezzo al mare. Ma niente, il proprietario era irremovibile. Aveva alzato anche un po’ la voce. “Il suo bambino disturba i clienti. Trovi un altro posto”. Allora una ragazza, una modella con la schiena dritta, non ce l’aveva fatta, e si era alzata.
“Signor Tuccioli”, aveva gridato al proprietario, “le sembra questo il modo di trattare una persona palesemente in difficoltà? Davvero vuole mandarla fuori con questo tempo? Quei due idioti”, aveva indicato la coppia, “stanno ridendo rumorosamente da tre quarti d’ora, e lei non ha fatto una piega. Ora una donna ha bisogno di un riparo, manco si è seduta, e lei la caccia via? Sa che le dico? A quel paese le sue cioccolate macrobiotiche del cacchio. Se caccia lei me ne vado anche io!”.

La modella con la schiena dritta si era girata verso gli altri, aspettando che qualcuno protestasse con lei. Ma continuavano a mangiare, a bere, a farsi ognuno gli affari propri. Silvio, però, era pronto a correre via da quel covo di pazzi dannati.
Alla fine il marito della signora in blu di lapislazzuli si era alzato, indignato. “Oca giuliva che non sei altro,” aveva apostrofato la modella, “perché non ti fai gli affari tuoi?”. “Perché io non sto qui a guardare questo schifo, questo sintomo orrendo di un mondo che crolla, faccia liscia che non sei altro. Signora, venga, la accompagno a casa.” Alla fine il proprietario aveva bandito sia la modella che la mamma dal locale. E il bambino, probabilmente, non ci sarebbe mai più entrato, nemmeno da grande.
Armando pensava fosse finita lì, invece Silvio aveva fatto uno scatto fulmineo con le sue lunghissime e magre gambe, si era messo lo zaino rosso in spalla e si era avvicinato al proprietario, molto più basso di lui.
“Imparate a sentire profondamente tutte le ingiustizie compiute contro chiunque, in qualunque posto al mondo”, gli aveva detto quasi sputandolo, “questa frase, Tuccioli, ti ricorda qualcosa?”
Il proprietario aveva abbassato lo sguardo, tenendo la bocca socchiusa.
Aveva annuito, ed era diventato rosso porpora.
Silvio gli aveva sfilato il basco con la piccola stellina al centro. Gliel’aveva sbattuto davanti al naso, ringhiando. “Tu hai ancora il coraggio di tenerlo sulla testa? Tu il Che non lo devi nominare più manco per sbaglio, pezzo di merda.”
Si era messo il cappello nello zaino, aveva preso Armando da un braccio ed erano usciti impettiti. Silvio aveva sputato sulla porta, da fuori, e se n’erano andati.
Nessuno dei clienti del bar aveva detto “che ingiustizia”. Avevano tutti abbastanza soldi per pagarsi le loro costose bevande calde.

Elisabetta Spanò

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