Armando Pio Diotallevi e l’ignorante beatitudine

“La puoi togliere?”

“Cosa?”, gli chiede Sara, spazientita.

“La canzone.”

“Ma è Let her go.

“Appunto.”

“Sai, Armando?”

“Armando Pio.”

“Avresti tanto da imparare da questa canzone.”

Sara ritorna a guardare il quaderno poggiato sulle ginocchia fasciate di seta rosa, dopo aver cambiato Let her go con Stand By Me, e rilegge gli appunti su Giordano Bruno. Ogni tanto lancia un’occhiata ad Armando, ma lui continua a giocare a Tetris sul telefono, senza abbassare la musichetta.

“Avrei tanto da imparare pure dal libro di filosofia.”

“Se provassi a leggerlo, magari. O mi ascoltassi ripetere le lezioni, forse.”

“Ti sto ascoltando”, non è vero, “dimmi che vuoi”

La ragazza rossa lo guarda da dietro la frangetta e strizza gli occhi dalla rabbia. Cerca di stare calma, anche se la parte razionale di lei le sta urlando che potrebbe anche stramazzare al suolo e Armando Pio Diotallevi non se ne accorgerebbe.

“Ti posso leggere una cosa che ho scritto?”

“Sì”

“Abbassi un po’, magari?”

Armando Pio Diotallevi ruota gli occhi verso l’alto e blocca l’Alcatel infilandoselo in tasca.

Sara fa un cenno col capo, in un inchino sarcastico, e gira le pagine del quaderno.

Il mio amore per te è come un cane legato davanti ad un pollaio. Freme, vorrebbe fuggire e correre libero per la campagna, e ogni volta che ti sente vicino tira, si fa male, rimane incastrato nella sua stessa catena. Se lo liberassi rischierebbe di morderti, e quindi provo a lasciarlo morire di fame, ma è come un potente, rosso drago, immortale, che fa paura a me, e del quale tu non senti nemmeno un guaito.”

“Bello. Lo sai che sei brava, che ti devo dire?”.

Armando la guarda solo un attimo, riprende il telefono e riparte a giocare.

Sara sospira. Mica capisce, questo cretino.

“Sai perché è bella Let her go?”

Let her go non è bella.”

Lei sbuffa, e continua.

“Perché ti ricorda di non lasciare da parte le cose importanti. Magari non te ne rendi conto, ma vicino a te c’è qualcuno che ti ama immensamente e che aspetta solamente un tuo gesto, e poi lo perdi e… sai no? Non si capisce davvero quanto è importante qualcosa…”

“Finché non la si perde. È ovvio. Si sa, non ripetere sempre le stesse cose Sara, lo sanno pure i bambini dell’asilo, come sanno che la Terra è tonda”

Sara si morde un labbro e si gira verso la finestra appannata della stanza tutta azzurra di Armando, e fissa per un po’ la nebbia fuori e il mare in lontananza in allerta tsunami. L’allerta è già finita, ma vorrebbe andarsene via con un’onda, come Ofelia, piuttosto che rimanere con quell’ameba ignobile che non riconosce i suoi sentimenti.

“E invece non lo sanno tutti”, attacca lei, con una certa arroganza”.

“E chi non lo sa?”, risponde grigio lui.

“I terrapiattisti, tipo. Credono che la Terra sia piatta e che la Terra sferica sia tutto un complotto delle lobby e delle multinazionali.”

“E perché dovrebbero farci credere che la Terra è tonda?”

“Boh. Avranno le loro ragioni. Se solo sapessero quanto ci hanno messo.”

“A fare che?”, chiede lui, ancora distratto.

“A dimostrare che la Terra è sferica, si muove e tutto quanto.”

Per un po’la musichetta del Tetris è l’unico rumore di casa Diotallevi.

“E poi?”, fa Armando.

“E poi cosa?”

“Quando vuoi parlare parli lo stesso, quindi parla e magari ti rispondo.”

“Sei cattivo.”

“I terrapiattisti sono i cattivi, non io.”

“Non ho mai detto che i terrapiattisti sono cattivi.”

“Lo pensi.”

“No, penso che sia inutile negare l’evidenza. Quando si riesce a dimostrare qualcosa, dopo secoli di teorie, prove, persone finite al rogo o in carcere, studi, libri su libri, perché voler ritornare al buio? È come voler rientrare nella caverna dopo aver visto il sole, non capisco. Perché uno dovrebbe voler trasformare una verità effettiva in un’opinione? Non si parla di Dio, o di qualsiasi altra cosa di morale, si parla di foto, satelliti, si parla di certezze. È come se si desiderasse un ritorno all’ignoranza.”

Armando per un attimo mette in pausa Tetris, ma la musichetta si sente ugualmente.

“Perché è tanto importante, per te, sapere o non sapere? È lo stesso”, biascica.

Sara sconvolta scuote la testa, si scioglie e si rilega i capelli, poi cambia posizione e per un attimo la gonna rosa scala le ginocchia e lascia intravedere l’orlo delle parigine bianche. Armando non se ne rende conto.

“Perché più sai più sei vicino alla verità. Più conosci, più ti avvicini alla luce. Più impari, più strumenti hai per migliorare il mondo.”

“E sapere che il mondo è tondo ti aiuta a migliorarlo?”

“Potrebbe. Potrebbe, perché riconosci tutta la fatica e la scienza impiegata per comprendere la sua vera forma.”

“A te piace solo sapere le cose.”

“No. A me piace capirle, le cose. E si capisce solo studiando. Non possiamo capire il Grande Libro dell’Universo, come lo chiama Galilei, se prima non impariamo a leggere.”

“A qualcuno non interessa leggere, magari.”

“Non hai capito niente della vita.”

“O non l’hai capito tu.”

“Sai che ti dico, Armando?”

“Armando Pio.”

“Spogliati, vai nel bosco, arrampicati su un albero, rimani al freddo e senza gabinetto per almeno due anni, vivi di caccia e pesca e ci rivediamo poi, a parlare di scienza, mentre io sarò bella sdraiata davanti al mio termosifone con la mia coperta sintetica e la mia televisione che racconta ciò che succede dall’altra parte del globo, perché è un globo, sì, hai capito, e poi riprendiamo l’argomento. Ok?”

“Ok.”

Ma Armando non stava assolutamente ascoltando.

Aveva appena perso la sua partita di Tetris.

Elisabetta Spanò

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