Armando Pio Diotallevi e la stella cadente4 min

di L'Obbiettivo

È una giornata come tutte, una mattina più ordinaria degli occhiali di una segretaria molto seria, una mattina dal cielo grigio e dalla patina grassa e unta sui finestrini dell’autobus. Sui sedili blu sono sedute persone di ogni tipo e fascia d’età. Ai posti di controllo, accanto all’autista, sentendosi forse un po’ il dottor Spock, c’è una signora con i capelli bianchi e qualche neo di troppo che si lamenta del suo quartiere e del figlio che non la chiama mai dopo il trasloco nonostante debba sentirsi profondamente in colpa per non averle dato dei nipoti. Mario, il conducente, l’unico tra i suoi sempre sorridente, annuisce rimanendo concentrato sulla strada. Un uomo calvo sulla trentina, seduto dietro, si gode il paesaggio della strada alternativa tenendo stretta a sé una ventiquattrore presa in omaggio da qualche convegno sul bullismo per docenti. Appollaiata come un pappagallo ad un trespolo, una donna bionda sulla cinquantina armeggia con la custodia color panna del suo tablet, cercando di non staccare la pellicola trasparente attaccata sullo schermo da quando l’ha tolto per la prima volta dalla scatola. Facciamo due calcoli: la signora impiega circa un quarto d’ora del suo viaggio per tentare di far scattare il bottoncino della custodia, ma appena ci riesce, ha bisogno di solo qualche minuto per connettersi al registro elettronico della sua classe. Deduttivamente, ha comprato aggeggio e pellicola circa cinque anni fa, e la custodia solo ieri. Sì, avevo ragione, la similpelle bianca puzza ancora di nuovo.

La radio manda pubblicità sempre con le due stesse voci, una maschile e una femminile, le sole ad aver frequentato qualche corso di dizione in tutti i quartieri dell’est. Che sia una pubblicità di liquori o una di carbonella da barbecue non importa: sembrano una catena, una lunga elencazione di motivi buoni per spendere dei soldi. Sui sedili dietro, con le facce di chi si sente di troppo, ci sono due ragazze con le unghie lunghe e lucidissime che spettegolano sulla compagna di banco di quella lato finestrino. Sono le unghie a spettegolare o le ragazze? Diciamo tutte e ventidue. Dietro di loro, impegnato in altra conversazione, c’è un ragazzo castano, riccio e dagli occhi verdi che si chiama Silvio. Accanto a Silvio e ai suoi monologhi, Armando Pio Diotallevi, il suo migliore amico, cerca qualcosa sulla ghiaia della fiumara che stanno attraversando.

“Mi stai ascoltando?”, chiede Silvio.

Armando non risponde, rispondendo alla domanda.

“Vabbè io tra poco arrivo, Armando”

“Armando Pio, Silvio, lo sai che mi chiamo Armando Pio”.

Armando Pio Diotallevi non parla mai, se non per ricordare che si chiama Armando Pio e non solo Armando, e benché Silvio sia suo amico da così tanto tempo da non ricordarsi la prima volta in cui l’ha incontrato, non riceve alcun trattamento speciale causa affetto.

“Trovati qualcuna, magari ti svegli un po’. Sara?”

“Non mi piace”.

“Allora parli”.

“Ciao Silvio”.

“Ciao Armando. Pio.”

Silvio salta giù dall’autobus agilmente, e al suo posto dovrebbe salire Sara, ma quel giorno non si sente bene per il ciclo e ha deciso di saltare la scuola. L’ha scritto ad Armando, lui non le ha risposto. Alla fermata sale una ragazza con le trecce bionde, gli occhiali fini e il rossetto rosso che comincia a leggere un libro di Calvino. Potrebbe essere interessante, ma Armando Pio Diotallevi la guarda per un secondo poi torna a distrarsi con il paesaggio. La ragazza si chiama Ada, ma non ci interessa, perché a lui non interessa. Al suo seguito c’è un ragazzo con la tuta Onze senza libri e senza zaino, accompagnato dalla sua fidanzata liscissima e con i capelli neri. Lui sorride, lei no. Si chiamano Cesare e Serena, ma a noi non interessa, perché ad Armando non interessa.

Il pullman riparte, Armando Pio Diotallevi si sistema lo zaino, la prossima fermata è la sua.

Mario frena di botto, per un attimo smette di sorridere.

Qualcuno bussa sul finestrino. Mario apre. Lei chiede un biglietto, lo paga con qualche moneta sporca che recupera dalla gigantesca felpa grigia. Non si è sistemata i capelli topo corti a forma di nuvola, non fa nulla per curarsi l’acne aggressivo che ha sulla guancia sinistra, e non si allaccia i lacci della scarpa destra. Ha le cuffie nelle orecchie, la forma del cuscino tatuata sulla guancia buona e l’alito non del tutto profumato. Entra, trascinando le Converse distrutte sul pavimento a pallini del pullman e si stropiccia gli occhi già abbastanza stropicciati. Cerca un posto, c’è solo quello vicino ad Armando, così rimane in piedi: non vuole sedersi vicino ai maschi. Sì vergogna. E poi quelli puzzano e ruttano, meglio starci lontane. Proprio mentre sta passando sul telefono la sua canzone preferita, Mario sterza all’improvviso per evitare un gatto. Lei inciampa nel suo laccio sciolto, tenta invano di mantenere l’equilibrio e cade, prima in ginocchio poi prona, quattro sedili più in là. Mario se ne rende conto, e rallenta, lasciandole il tempo di alzarsi e di cercare il portafoglio che le è volato dalla tasca. Ironia della sorte, provvidenza? Cosa sarà stata mai quell’entità astratta che ha permesso al portafoglio della ragazza di finire dritto dritto sul sedile vuoto accanto ad Armando Pio Diotallevi? Nessuno lo sa, ma sappiamo che Armando toglie il portafoglio dal sedile vuoto, glielo porge senza ricevere alcun ringraziamento e la vede allontanarsi da lui in un batter d’occhio. Un occhio azzurro, come quelli di quella ragazza burbera di nome Stella. Ebbene, non dimentichiamolo: a noi interessa, perché all’improvviso interessa anche ad Armando Pio Diotallevi.

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