Armando Pio Diotallevi e il ponte che divide4 min

di L'Obbiettivo

Campo Collina è una città che attraversa montagne, fiumi, cascate e spiagge, tanto grande da fare provincia. Anticamente era un insediamento etrusco che si sviluppava, appunto, sulla collina giusto al centro del suo territorio attuale, mentre oggi si è appropriata poco a poco dello spazio tutt’intorno. In più, la città originaria dell’entroterra, ha inghiottito la parte della costa orientale dove tanto tempo fa sorgevano piccoli paesini lontani l’uno dall’altro. In quella zona, nonostante sia passato più di un secolo dalla colonizzazione campocollinese, ancora si respira un’aria strana, che profuma di rivoluzione e puzza di disagio; aria, probabilmente, causata dalle esalazioni del non troppo discreto divario fra i quartieri occidentali e quelli orientali, questi ultimi non del tutto abituati alle innovazioni e ai ritmi del vento di ponente.

Fiera abitante dei quartieri orientali è Angela Lucifaro, settantaquattro anni, dai capelli color tinta-della-signora-anziana (castano ramato tendente al ruggine) rigorosamente boccolosi, le labbra sottilissime e gli occhi di ghiaccio, come la sua lingua sempre avvelenata. Oltre che essere fiera abitante dei quartieri orientali è anche fiera nonna materna di Marco Antonio Diotallevi, alto, biondo, pratico e quindicenne, che le porta da una vita soddisfazioni e ragazze da sfamare. Il fratello di Marco (per Angela “nipote” è una definizione troppo pomposa, di solito lo chiama “quell’altro” quando parla con il genero, “frateta” quando parla con Marco, “il figlio di Marì Carmela” quando parla con gli estranei) non è altro che il nostro Armando Pio. Nonostante l’astio esternato nei suoi confronti, Armando Pio Diotallevi va volentieri a trovare nonna Angela. Lei ci rimane sempre male quando apre la porta e trova lui e non il piccolo, e lo dà pure a vedere. “Ah, tu sei?”, gli dice, con gli occhi che si spengono e la mano piena di caramelle nascosta furtivamente dietro la schiena.

Armando, tutto sommato, vuole bene a sua nonna, e gli piace sedersi davanti alla tv con lei per guardare “A un passo dal cielo” e il tg regionale.

A lei piace di meno, però commenta lo stesso ad alta voce.

Nonna Angela sostiene che i quartieri ad est, dopo la colonizzazione, sono andati alla deriva, e la prova è il ponticello sopra una fiumarella tra il suo quartiere e quello un po’ più a sud, che è crollato quattro anni fa e del quale è percorribile solo una corsia. Ancora non l’hanno sistemato, sono tutti lì, a monitorarlo e ad aspettare la sua caduta, cercando di capire quale pilone sistemare e come farlo. Nonna Angela non fa altro che lamentarsi, soprattutto perché, ogni mattina, il suo piccolo Marco Antonio rischia di vomitare durante la gimcana sulla strada alternativa, che allunga il viaggio di un quarto d’ora, che passa dalla campagna più desolata, percorrendo tornanti serpentini e asfalto fragile. Da quando l’accesso al ponte ferito è stato chiuso ai mezzi pesanti, tutti i pendolari e gli autisti degli autobus devono cimentarsi in percorsi sconcertanti oppure arrivare alla destinazione in macchina. “Mettono i treni, tranquilla”, la aveva rassicurata Armando. I treni non si fermavano in tutte le stazioni, fino all’incombere dell’emergenza mezzi pubblici. I treni li hanno messi, sì, ma ce ne sono solo tre o quattro, alcuni troppo presto e altri troppo tardi. Questo ha acuito notevolmente l’ira già presente nell’animo di Nonna Angela, la quale, per scaricarla efficacemente, tira schiaffi pesanti e ossuti sulle scapole del nipote primogenito. Armando Pio Diotallevi un giorno, senza curarsi dello stato incollerito di sua nonna, ha deciso di intavolare una conversazione con lei sul fatto più importante della settimana che si era appena conclusa, notizia di tendenza che aveva fatto molto scalpore.

“Nonna, hai sentito che hanno…”

“Ssst!”, ha risposto Nonna Angela, tirandogli un ceffone, “guarda il telegiornale!”

“Ma che è successo di tanto importante, tutti stanno parlando di…”

“Armando! Guarda la televisione, benedetta la Madonna!”

Armando, al secondo pacchero, si è deciso finalmente ad ascoltare sua nonna. Sullo schermo scorrevano immagini di fiumi impetuosi, vento, strade distrutte, traffico bloccato e automobili ribaltate.

“Guarda che macello che ha fatto il malotempo!”, ha esclamato lei, sconsolata, nel suo italiano meticcio, indicando con una mano il cielo grigio fuori dal balcone e con l’altra il telegiornale.

All’improvviso Armando non ha più avuto voglia di sapere il parere della nonna sul fatto della settimana. Quello non aveva più importanza.

 “Tutto si è levato, Armando! C’è gente senza casa, c’è! Se era un pocu più per l’ovest avevano già sistemato tutto!”, aveva detto lei, sbruffando.

Il paesaggio è poi cambiato, e così la voce della signorina del tg, e al posto della pioggia e delle strade distrutte è apparso il video di un ponte che crolla, trascinandosi dietro macchine e persone.

“È caduto pure il ponte nostro! Pure l’altra parte!”

“Non è il nostro, nonna. È enorme, non c’entra niente”.

La signorina del tg ha raccontato agli spettatori di un tragico incidente che ha tolto la vita a molte persone nell’entroterra. Quando ha capito che il ponte era crollato proprio dove meno se l’aspettava, Nonna Angela è rimasta zitta, si è fatta il segno della croce e ha infilato la mano nella tasca del grembiule, dove tiene sempre il suo rosario color corallo. Ha scosso la testa e si è soffiata il naso nel fazzoletto ricamato.

Da quel giorno nonna Angela ha capito che non ci sono grandi differenze tra est e ovest, e che il vento di levante è arrivato anche dove tramonta il sole, e quell’aria di disagio e ribellione si respira pure a ponente. Aspetta con ansia i treni, che non si fermeranno mai più regolarmente in quelle stazioni desolate, dalla finestra guarda le bandierine arancioni che sventolano sul suo ponte ferito, e dentro si sente ferita un po’ lei, pensa che su quel ponte passa sua figlia, in auto, e fino a poco fa pure suo nipote in autobus, e che tutti e due, così come chiunque altro passi da là sopra, rischiano di rimanere bloccati dall’altra parte, o peggio (non si sa mai) di cadere giù. Ogni mattina, allora, Angela Lucifaro dice un eterno riposo per il ricordo e un’Ave Maria per la speranza. E, ormai così vicina all’ovest, non brama più le ricchezze del di là. Quando ci pensa mette una mano in tasca, tocca i grani sacri, e chiude gli occhi.

Ma, ancora, caramelle ad Armando Pio Diotallevi non gliene dà.

Elisabetta Spanò

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