“Finalmente ho il tempo di leggere!” – il paradosso della scuola3 min

di L'Obbiettivo

La scuola è finita. Arrivederci, odore pestifero dei primi di giugno. Arrivederci, compiti in classe. Arrivederci, brividi misurabili con un sismografo durante le interrogazioni a sorpresa. Arrivederci, colori improbabili indossati dalle professoresse in via di pensionamento.

Bentornata, invece, estate. Bentornato, profumo di cocco per le strade in festa. Bentornati, falò in spiaggia con gli amici e Battisti immortale nelle note della “Canzone del Sole”. Bentornato, sapore di salsedine. Bentornati, Alvaro Soler, Enrique Iglesias, Shakira e Luis Fonsi. E, a sorpresa, bentornati libri.

Sì, paradossalmente, i lettori appassionati attendono questo periodo dell’anno per recuperare tutti i volumi che si sono persi tra un capitolo e l’altro di geografia astronomica e letteratura latina. Ma come mai la scuola, che dovrebbe spingere i ragazzi a leggere, che organizza eventi per la Giornata del Libro, che ti fa incuriosire durante le ore di letteratura, è anche un’istituzione limitante?

Non è colpa dei professori. O almeno, non sempre. La scuola è piena d’appassionati del proprio mestiere, di docenti di filosofia che ancora s’interrogano sul senso della vita e che si portano dietro gli studenti nei loro ragionamenti, di insegnanti di matematica e di fisica che ti fanno comprendere appieno come si tiene in piedi l’universo, di letterati infervorati pronti a spiegarti qualsiasi figura retorica che ti incuriosisca. Ma allora, dove sta il problema? Perché, durante il periodo scolastico, i ragazzi non trovano mai il tempo di leggere, per scoprire nuove cose e appassionarsi?

Il programma. Il maledettissimo programma.

“Ch’io veda un abisso di scienza”, predicava Gargantua a suo figlio, nel “Pantagruel” di François Rabelais, ma quando si nuota in tutta fretta verso un’isola lontana lontana, si ha poco tempo per ammirare ciò che c’è sotto la superficie dell’acqua.

Le scadenze e la fretta fanno passare la voglia di approfondire. Ti piace tanto un sonetto di Petrarca? Non hai tempo di andare a cercare il Canzoniere, di comprarlo e di iniziare a leggerlo che il prof sta già spiegando una novella di Boccaccio. Precisiamo: a parte qualche caso di personale seccato, seccante, noioso e annoiante, i professori vorrebbero approfondire con te quel “Che quanto piace al mondo è breve sogno”. Ma non possono. Non si può per tempo, non si può perché Guicciardini, alla fine del programma di terzo, chiama, esasperato, perché è già metà aprile e sa perfettamente che verrà frettolosamente ripreso in quarto, non si può perché, al posto di cercare l’abisso, al giorno d’oggi, si preferisce esplorare la maggior superficie possibile di mare.

La scuola non può essere troppo individualista, tra l’altro, quindi devi prenderti da solo la bombola d’ossigeno, la maschera, le pinne, ed immergerti in ciò che ti ha colpito di più. Ma questo, durante l’inverno, non puoi farlo. Non puoi farlo perché, per paura del becero programma, al posto di capire perché Lisabetta piangeva sulla pianta di basilico, devi sapere che lo faceva e basta, senza porti alcuna domanda, perché non c’è il tempo di rispondere. E poi, oltre Lisabetta da Messina, c’è da studiare mezzo programma di fisica, le disequazioni di secondo grado, la Guerra dei Cent’Anni, Aristotele…

Il tempo è poco, le pagine da studiare tante. L’interesse, se insaziato, scema, e della Scuola, rimane solo un intruglio di concentrati nozionistici, riassunti, qualche mappa concettuale, qualche cosa imparata a memoria.

La scuola (se ti capitano bravi maestri, sia ben chiaro), ti fa nascere la scintilla ma non ti fornisce la paglia per accendere il fuoco. E, paradossalmente, hai tempo di dedicarti alla cultura e alla lettura, solo quando gli istituti, le metaforiche “palestre” dove ci si dovrebbe esercitare per rinforzare il cervello, chiudono i battenti. Tra l’alternanza, i progetti a scuola e tutto ciò che c’è da fare, schematizzato in ore, trimestri, quadrimestri e settimane, il tempo per dar da bere al bonsai che hai in testa e che brama conoscenza, non ce l’hai.

In poche parole, che compiti abbiamo per le vacanze?

Farci una cultura.

Elisabetta Spanò

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