La cenere nella tempesta2 min

di L'Obbiettivo

Così il fuoco aveva già distrutto tutto. Null’altro era rimasto se non le fondamenta di quel posto ormai ridotto in polvere. Qualche oggetto o mobile forse manteneva la sua forma, seppur con quel colorito oscuro e quell’odore di fumo che cancellavano ogni traccia di ciò che è stato.

E mentre ancora alcune di quelle braci rosse resistevano consumandosi lentamente, una piccola goccia cadeva dal cielo plumbeo, poi un’altra, e poi ancora; infine tutte insieme.

Con ferocia si scagliavano contro il mondo, colpivano con rabbia la terra e tagliavano l’aria e attaccavano quelle deboli, piccole fiamme, con un’ira giustificata, quell’ira di vendetta che solo la coscienza può capire e solo la coscienza può guarire.

In fondo, essa non è altro che la voce della voce, pronta a mostrarsi in tutta la sua purezza o con tutte le sue macchie, talvolta nascondendosi da sé stessa, come il piccolo e ingenuo bimbo che teme la propria ombra, ma non può, non riesce a distaccarsene.

Il dramma della coscienza sta nel non poter essere ascoltata da nessuno quando urla disperatamente, quando cerca aiuto, quando cerca qualcuno che possa salvarla.

E da qui, da dove insieme posero il primo legno, si staccò il nostro straccio di cenere, grande poco più di un’unghia, che sconfisse la tempesta.

Ricordano ancora quel lontano giorno in cui le due mani reggevano la stessa tavola di legno, pronti ad affondarla nel terreno.

Il vento trascinava il pezzo di cenere prima verso l’alto, poi verso il basso, in un moto imprevedibile grazie a cui però nessuna goccia di pioggia riusciva a beccarlo.

Quelle mani tanto vicine finirono per toccarsi quando i due pollici si sfiorarono, poi uno vi si pose sopra, accarezzando l’altro dito prima delicatamente, poi con leggera pressione.

La cenere schivava ogni lamina d’acqua, continuando il suo tragitto, come se sapesse dove sarebbe dovuta arrivare.

E infine lentamente tutta la mano schiacciò l’altra, per poi liberarla, infine stringerla, stringerla con passione, strinsero anche le altre due mani, e si guardavano con uno sguardo di quelli che non si dimenticano.

La cenere dovette arrendersi.

Da quel momento, tutto sarebbe andato bene.

Se anche avesse potuto sapere dove fossero, non avrebbe potuto dividersi in due.

Niente li avrebbe mai divisi.

Ed era già un miracolo essere arrivata tanto lontana da quelle macerie.

Lo promisero.

Sopra la nostra cenere, un cumulo di nubi nere dominava il cielo.

Ma non avevano idea di quanto avrebbero dovuto affrontare. Non conoscevano le difficoltà cui andavano incontro, non sapevano cosa il futuro serbasse loro.

Il distacco temporale tra i lampi e i tuoni era sempre più corto.

E infine successe quello che doveva succedere.

Fu un attimo: un fulmine colpì quel piccolo foglio di cenere, atomizzandolo.

Tutto andò in fumo. Ogni piano andò perduto.

I progetti polvere, le promesse cenere.

Piccoli frammenti neri iniziarono ad avvertire quell’urlo, gli ultimi attimi strazianti prima di essere colpiti dalla pioggia.

«Che cosa abbiamo fatto?»

Domenico Futia

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