Ombre2 min

di L'Obbiettivo

Le ombre sono esseri viscidi e oscuri, che nascono dai nostri piedi come opprimenti rampicanti, si deformano, sul marciapiede, ghignando alla luce che tenta di tranquillizzarci.

Ormai conosco le mie ombre. Quella dell’alba, alla fermata dell’autobus, che mi fa notare la monotonia della mia esistenza, e tutto ciò che va male, con voce stridula e odiosa, come quella di una zia petulante. Quella del pomeriggio, che tiene il guinzaglio del mio cane, che tiene al guinzaglio me, quando per un solo istante mi sento abbastanza bello, abbastanza intelligente, abbastanza giusto per il mondo che c’è fuori mi ricorda che non lo sono, e con uno schiaffo gelido mi riporta alla realtà.

Ma la più spaventosa è l’ombra della sera.

L’ombra della sera divora tutti i libri sistemati sugli scaffali, nasce nel bel mezzo dei giochi di luce dell’abat-jour, trasformando ciò che cela dentro il suo stomaco in scure entità maligne. L’ombra della sera è quella che temo di più, quella che mi riflette esattamente per come sono. Devo affrontarla alla fine di ogni giornata.

Parliamo.

“Hai salutato tutti i tuoi amici?”

“Sì.” le rispondo scocciato, so perfettamente come continuerà la conversazione.

“Tutti?”

Annuisco.

L’ombra della sera non ha occhi, ma sento il suo sguardo severo e scivoloso avvolgermi e cospargermi il capo di vergogna.

“Anche chi non è tuo amico?”

“Sì, anche chi non è mio amico.”

“Cosa gli hai detto?”

“Che gli voglio bene”

“Gli vuoi bene?”

“Sì, lo sai.”

“Lui non ti vuole bene.”

‘Me lo dici tutte le sere. Lo so.”

“Tu sei solo un numero. Sei un numero nel registro di classe, un numero di carta d’identità, un voto per i professori, una sedia in meno alle conferenze, uno scontrino al supermercato, un numero di conto per gli esaminatori del test di certificazione. Per lui non sei nient’altro che qualcosa di utile. Non è tuo amico. Lascialo perdere. Ti dice che ti vuole bene? E tu ci credi?”

Ride, l’infame, la risata le deforma la faccia, ha la mia stessa voce.

No, non ci credo. So che non è sincero, so che appena farò un errore sarò fuori dai giochi, so che sono utile, ma non lo sarò per molto. Non c’è bisogno della sua presenza che me lo ricorda, ci penso spesso, ci penso sempre, non è la prima persona che mi fa quest’effetto. Mi riaffiorano alla mente tutte le facce di quegli “amici” che mi spaventavano, che temevo mi avrebbero abbandonato. E avevo ragione. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

“Gli amici non devono essere utili, gli amici devono essere amici. Sei solo un fanalino, quando smetterai di funzionare verrai sostituito. Ciò che ti dice, lo dice perché non vuole che scappi. Ed è inutile che progetti di scappare. Non ne hai il coraggio. Sei debole. Non vali niente da solo.”

Lo so, lo so, maledizione, lo so, non me lo ripetere, basta, me l’hai già detto, smettila ora.

“Sto per spegnere la luce, buonanotte.” Glielo dico sperando che se ne vada, ma ormai è tardi: quel pensiero è un chiodo, malvagio, che cerco di togliermi dal cervello.

“Non dormirai stanotte.”

Spengo la luce, sospiro, sento le voci ovattate dei miei fantasmi. Mi tuffo nell’oscurità tanto cara a chi si sente a metà, a chi non è mai abbastanza. Nell’oscurità non ci sono ombre.

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