Società

L’informazione, i giovani e l’arte di impicciarsi

Arriva un momento della vita di ognuno in cui avviene una sorta di “debutto” in società, di solito durante l’adolescenza, quando scopri te stesso e il mondo che ti sta intorno.

Questo momento è catartico, soprattutto quando vivi nella Locride. Iniziano gli esodi mattutini dai piccoli paesi verso i licei (solitamente verso Locri), dal grembo materno del borgo profumato di panini con la salsiccia, all’universo dei centri più grandi. Cambia l’ambiente, cambiano i discorsi, cambiano le circostanze. Una volta, fino alla terza media, il sottofondo della tua esistenza era rappresentato dalle bestemmie degli anziani signori che perdono l’agnello al torneo di briscola o dalla zia che ti urla dal balcone di salire a prenderti i sottaceti. Ora, invece, ti interpellano in discorsi di politica, di attualità, tutti intorno a te parlando di persone che non hai mai sentito nominare durante la tua breve esistenza. Poi ti guardano e ti chiedono “tu, invece? Che ne pensi?”.

È in quel momento, profondamente imbarazzante, che capisci che è arrivato il momento di informarti. Una volta usavi il telefono solo per giocare a Candy Crush, adesso inizi a scaricare le applicazioni del Corriere della Sera e di Repubblica, mentre fai zapping tra i canali per cercare “Amici”, ti soffermi sulla signora bionda del TG3 e sull’uomo in polo di Telemia, cerchi su internet i programmi e le idee dei personaggi politici.

Inizi a costruire il tuo personale modo di pensare, la metamorfosi da bambino incosciente a ragazzo informato ha inizio. Ma quando capisci di essere arrivato alla fine del corso di “propedeutica” e all’inizio del viaggio verso una completa maturità consapevole? Quando non riesci più a stare zitto.

I tuoi parlano di politica? Tre secondi dopo ti sei infilato nel discorso. Problemi nell’amministrazione comunale? Ne sai più di tutta la famiglia. Senti qualcuno che ti consiglia di andartene dalla Calabria? Inizi un discorso patriottico sul fatto che tu fai parte della nuova generazione che cambierà le cose.

Forse è quest’ultima la fase decisiva del diventare degli “impiccioni in erba” e perché no, magari degli aspiranti giornalisti: desiderare ardentemente il cambiamento, tanto da trasformarsi in esso.

Perché non dire la nostra sul mondo, se questo mondo ci interessa? Perché stare zitti senza essere protagonisti delle nostre vite, se ci importa della nostra Terra?

Nel momento in cui diventiamo impiccioni e iniziamo a scrivere ciò che pensiamo, automaticamente diventiamo degli attivisti: d’altronde siamo il futuro, è vero, ma viviamo nel presente, possiamo iniziare a cambiare le cose da adesso.

Parlano di noi ragazzi come motori della rivoluzione, ma qualcuno si è mai chiesto perché siamo così importanti? Noi ci interessiamo a ciò che accade. Chi si interessa si informa, chi si informa può decidere di restare, chi resta ed è informato può portare avanti proposte coerenti e utili, chi ha buone idee può cambiare il luogo in cui vive. Non pensiate che tutti siano consapevoli di ciò che succede ogni giorno. Basta notare che, riguardo il 4 marzo, c’è un elevatissimo numero di elettori dubbiosi: se tutti gli astenuti per principio, le schede bianche e gli indecisi formassero un partito, quel partito vincerebbe su tutti gli altri. Come lo sappiamo? Fondamentalmente, ci impicciamo.

Meglio iniziare da piccoli. Meglio non aspettare di avere una scheda elettorale in mano o un Paese sotto la nostra responsabilità. Meglio informarsi, prima.

Elisabetta Spanò

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