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La Calabria che non c’è

Alessio Tundis è un giovane cosentino di appena 21 anni, uno dei tanti cervelli in fuga che ogni anno sempre con maggior frequenza tendono a lasciare la propria terra per cercare fortuna in un’altra regione o meglio ancora in un altro Stato. In un post fatto di parole già scritte, copiato e incollato sul suo profilo facebook, descrive tutta l’amarezza, la tristezza e la rabbia di un giovane calabrese che si è visto costretto da circostanze lavorative a lasciare la sua amata terra per emigrare “al nord”.

“Cara Calabria, sei riuscita a far scappare tanta gente. Mi piange il cuore per te, Calabria. Stai perdendo: i più onesti, i più sognatori, i più intelligenti, i più coraggiosi, i più lavoratori”.

La domanda che mi pongo è: la Calabria merita veramente la massiccia fuga di cervelli che subisce ogni anno? E poi, la nostra regione ha davvero bisogno di ragazzi intelligenti, coraggiosi e lavoratori del calibro di Alessio? Al di là di tutto, ciò che sicuramente colpisce è il forte attaccamento alle proprie radici che il ragazzo tende a rimarcare nelle sue righe: un fattore questo non così scontato, visto che se è vero che la maggior parte dei giovani calabresi pensa che emigrando potrà trovare ciò che la sua Regione non può offrirgli, solo una piccolissima parte di essi conserva sentimenti di attaccamento e rispetto nei confronti delle proprie origini. Ma probabilmente un po’ di campanilismo non è bastato a domare l’impellente necessità di cambiare aria del giovane. Alessio si è trovato di fronte ad un bivio: andare o restare? Probabilmente la prima via è quella apparentemente più facile, che sicuramente richiede meno coraggio e da più sicurezze, la seconda via al contrario richiede maggior determinazione e voglia di fare.

Chi va, prima o poi è costretto a fare i conti con la paura del cambiamento, mentre chi resta ha l’opportunità di essere quel cambiamento che molti disperatamente rincorrono in un posto lontano da casa. Le speranze che diventano convinzioni riposte in un qualunque luogo lontano dalla Calabria spesso finiscono per diventare delusioni, quando magari la ricchezza del salario non nasconde il caos della città, non rende meno pesanti i turni di lavoro e sicuramente non fa più simpatici e calorosi i colleghi svedesi. Alla fine ci si ritrova sempre col partire convinti della nostra scelta, convinti di entrare finalmente a far parte di una società più civilizzata di quella in cui abbiamo sempre vissuto, per poi tornare dopo qualche mese con qualche dubbio in più e qualche chilo in meno. Ma senza sfociare nella generalizzazione o nel moralismo, non nego che la realizzazione delle proprie aspirazioni in una regione come la nostra sia difficile da raggiungere in breve tempo: certamente però, il partire prevenuti o il piangerci addosso non è utile a nessuno, né a noi che partiamo né alla Calabria che resta, sola.

Giuseppe Galluzzo

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