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Criminale di guerra si suicida nel tribunale dell’Aia

Slobodan Praljak, generale croato durante la guerra di Bosnia ed Erzegovina, si è suicidato nel Tribunale dell’Aia, in diretta televisiva. Nel 2013 era stato condannato a 20 anni di reclusione per crimini di guerra, il 29 novembre 2017, il TPI (il Tribunale penale internazionale per l’ex–Jugoslavia) ha confermato la condanna. Non appena è stata emessa la sentenza finale, Praljak si è alzato e ha detto «Slobodan Praljak non è un criminale di guerra e con sdegno respingo la sentenza». Ha aperto una fiala che teneva nascosta fra le mani e l’ha svuotata con un solo sorso, dichiarando che vi era contenuto del veleno. L’udienza è stata sospesa e l’imputato è stato portato in ospedale dov’è morto poche ore più tardi.

Nel 1989 Slobodan Praljak partecipò alla fondazione dell’Unione Democratica Croata. Dopo che la Croazia diventò indipendente dalla Jugoslavia, si arruolò nell’esercito. Con il tempo arrivò ad ottenere le cariche di generale, ufficiale del Consiglio di Difesa croato (HVO) e comandante dell’Esercito dell’Herzeg–Bosnia.

Praljak e l’HVO furono responsabili dell’attacco a Mostar: i musulmani che risiedevano nella parte orientale della città vennero scacciati dalle loro case in piena notte e molte donne vennero violentate. Fu lui, l’8 novembre 1993, ad ordinare la distruzione dello Stari Most, l’antico ponte costruito da Solimano il Magnifico nel 1557, che segnava il legame tra le comunità cristiane e musulmane a Mostar.

Dopo il 1995, l’anno dell’accordo di Dayton che segnò il termine della guerra, terminò la sua carriera militare e divenne un uomo ricco e famoso, sino a quando non venne condannato nel 2013.

Slobodan Praljak non era uno degli imputati di maggior rilievo, e nemmeno l’unico a morire durante i processi. Prima di lui si sono tolti la vita Milan Babić (primo presidente della Repubblica Serba, non riconosciuta), Vlajko Stojiljkovic (ex ministro dell’Interno serbo) e Slavko Dokmanovic (ex sindaco di Vukovar, una città croata). Altri sono morti in circostanze misteriose. Il TPI è attualmente una vera e propria scena del crimine: gli imputati infatti, fino all’emissione della sentenza, sono in custodia carceraria, per cui Praljak sarebbe stato impossibilitato a procurarsi il veleno ingerito (che a seguito dell’autopsia si è scoperto essere cianuro) da solo. Per questo motivo l’Aula del Tribunale è oggetto di indagini. In seguito alla sua morte suicida, nella parte cattolica di Monstar, si sono raccolti gruppi di persone che hanno celebrato la sua dipartita, ricordandolo come un eroe della “Grande Croazia”. Le guerre jugoslave sono state senza dubbio teatro di distruzione e attacchi ai civili (possiamo ricordare il massacro di Srebrenica, durante il quale sono state uccise circa 8300 persone, nell’indifferenza della delegazione ONU lì presente). È la guerra stessa un atto contro l’umanità, ogni guerra in cui perdono la vita delle persone dovrebbe essere considerata un crimine. Eppure Praljak nega le sue colpe: lui preferisce morire avvelenandosi con una dose di cianuro, prendendo a braccetto il suo presunto onore, venendo ricordato come un eroe proprio nella città che ha distrutto, nonostante le morti che ha causato insieme a tutti gli artefici dei conflitti armati che si sono susseguiti nella storia.

Elisabetta Spanò

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