“Per seguir virtute e canoscenza”

di L'Obbiettivo

Non vorrei che questo articolo iniziasse con un’introduzione pari a quella di una lettera indirizzata a babbo Natale, cominciando con la proverbiale richiesta, “vorrei che la mia scuola avesse…”, oppure, “vorrei nella mia aula mappe, armadietti o che fosse tinteggiata da tutti i colori dell’iride”. Basterebbero poche parole per definire una scuola, anzi ne servirebbe una soltanto, amore. Amore per lo studio. Tuttavia quello che ci condiziona è avere un secondo fine in tutto ciò che facciamo. Ci siamo mai chiesti come sarebbe il nostro rendimento se la scuola non mettesse dei voti? Se non fossimo solo degli insignificanti numeri di matricola, ma persone in grado di comprendere che l’insegnamento è un dono e lo studio un divertimento, tralasciando la goliardia. In Grecia, ai tempi di Socrate, Aristotele e Platone, la scuola non assegnava voti a chi ne prendeva parte, e non ne trasfigurava la natura, ossia quella di essere affamati di conoscenza.

Io penso e spero che a molti miei coetanei non importi il luogo in cui si insegna, bensì il modo con il quale si fa. Tutte queste norme, aggettivare la scuola con nomi buffi come: “la dolce scuola”, usando un eufemismo, credo che non facciano altro che abbattere il buon nome dello studio. Si potrebbe insegnare in un angolo di giardino o, perché no, all’interno di uno sgabuzzino, purché l’insegnante creda in tutto ciò che dice. Il ruolo di un professore è di estremo aiuto nei confronti di uno studente, se non essenziale.

Antonio Panetta